Le coordinate della memoria
Il passato non torna. Rimane fermo in certi luoghi e aspetta che siamo noi a passarci davanti.
Storie, letture, leadership, territorio, relazioni e cambiamento.
Il passato non torna. Rimane fermo in certi luoghi e aspetta che siamo noi a passarci davanti.
«Te lo dico per il tuo bene.» Ogni volta che sento questa frase mi metto in ascolto. Ma non abbasso più la guardia.
Ho scelto di costruire manoloquaglia.it come terreno di sperimentazione. Tra codice, errori e domande ho scoperto che la parte più interessante dell’AI non è ciò che può fare al posto nostro, ma ciò che può aiutarci a imparare.
Cara Giulia, tra qualche mese completerai il tuo percorso di laurea magistrale in Psicologia.
Un'azienda deve funzionare senza di te. Ma non a tua insaputa. Il sogno segreto del manager contemporaneo sembra essere diventato questo: sparire.
Ho appena finito di leggere un libro che non ha niente a che fare con il business.
Comfortably Numb è sempre stata una ferita elegante.
C’è una frase di "Il Maestro e Margherita" che mi è rimasta addosso da tempo:
Tutti cercano la scorciatoia.
C’è un confine sottile, ma decisivo, tra vendere un prodotto e fare consulenza.
Il noleggio a lungo termine in Italia è entrato definitivamente nella fase di maturità. Nel 2025 circa il 30% delle immatricolazioni è avvenuto tramite questa formula.
Per molto tempo ho creduto di saper riconoscere subito le persone giuste. Mi sbagliavo.
La mezza maratona di Venezia, nove mesi di preparazione e gli ultimi tre chilometri nei quali la volontà ha avuto bisogno anche delle persone.
Da un pranzo in nove a una comunità di imprenditori e professionisti. Un percorso costruito su fiducia, confronto e responsabilità condivisa.
C'è una frase, tatuata sull'anima da troppi ascolti, che mi torna sempre addosso: "If I show you my dark side, will you still hold me tonight?" (Se ti mostro il mio lato oscuro, mi abbraccerai ancora stanotte?).
Lo conservo ancora perfettamente quel ricordo. Era il novembre del 2008. L’aereo scese piano sulla pista ghiacciata dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca. Appena si aprì il portellone sentii quel freddo violento che solo chi è stato in Russia in autunno può davvero capire. Non era solo freddo: era una promessa di neve, il preludio a un mondo nuovo tutto da esplorare.
Era l'anno 2000. Lavoravo a Swords, in Irlanda, presso la sede europea di Hertz. Ricordo ancora con chiarezza quelle mattine di lunedì, quando alle otto precise arrivava nella casella email di ciascun dipendente un messaggio firmato Brian.
C’era un periodo in cui ogni mattina mi trovavo seduto a un tavolo con il caffè caldo tra le mani e il telefono accanto. Scrollavo distrattamente notizie o email, già immerso nella frenesia della giornata. Poi, un giorno, mi sono fermato. Guardando quel momento, ho capito che poteva essere qualcosa di diverso.
Quando ho deciso di provare a raccontarmi anche qui, una piattaforma non propriamente nata per lo storytelling personale, ero mosso principalmente dall’idea che fosse importante condividere aspetti meno noti di una persona, ma che lasciassero percepire il senso profondo delle passioni che coltiva, dei tormenti che attraversa, delle emozioni che insegue, e dei sentimenti che custodisce.
La scoperta dei Baustelle non è arrivata durante i giorni della gioventù, ma si è infiltrata nella mia vita come una piacevole sorpresa in età adulta. È stato in un momento di grigio professionale, quando la strada da Latina a Roma era il mio quotidiano pellegrinaggio, un pendolarismo fatto di asfalto e introspezione, che la loro musica iniziò a farmi compagnia.
Quella notte di gennaio ci cambiò per sempre. Avevamo tutti intorno ai vent’anni, erano i tempi delle scoperte, delle bravate, degli amori. Orso se ne andò all’improvviso, in quel modo violento che solo la strada può nascondere, e con quel dolore lancinante ci costrinse a diventare adulti.
Voglio essere sincero, raccontare questa storia mi provoca dolore. Perché, vedete, su quelle panchine io ci sono cresciuto. E non solo io, eh, sia chiaro: non solo la mia generazione, ma centinaia di ragazzi prima di me, e altrettanti anche dopo, fino a giusto qualche anno fa, quando è successo qualcosa che ancora oggi faccio fatica ad analizzare, perché è stato un attimo, davvero solo un attimo, e quei giardini, quei giardini che per noi erano il paradiso, semplicemente non esistevano più.
C’è il titolo di questo libro che mi ronza nella testa già da un po’ di tempo, per la precisione da quando ho deciso di raccontarmi un po’ di più e condividere qui in rete le emozioni di oggi e le esperienze di ieri che mi hanno portato ad essere la persona che sono.
Ricordo ancora molto bene quelle sensazioni. Erano i giorni della mia fuga dall’Italia. Gli studi e i sacrifici erano serviti a poco, mi sentivo frustrato perché non ero riuscito a trovare un lavoro mentre tanti coetanei che conoscevo, erano stati in grado di farsi sistemare nelle aziende farmaceutiche della zona, e perfino dentro agli enti pubblici.
“Se incontri un essere umano nella folla… seguilo”. Daniel Pennac è uno scrittore a cui ho sempre voluto bene per motivi che non vi sto qui a raccontare, almeno non stavolta. Ma mi piace citarlo, oggi, per raccontarvi di un incontro che ha cambiato la mia vita. Professionale intendo, soprattutto professionale.
La verità è che tante volte ero stato sul punto di farlo, ma per un motivo o per l’altro avevo sempre desistito, frenato da chissà che cosa. Poi, cinque anni fa, dopo quasi vent’anni trascorsi nella stessa azienda, appena intravista l’occasione giusta, lo feci davvero. Cambiai lavoro. E soprattutto cambiai vita.