Voglio essere sincero, raccontare questa storia mi provoca dolore. Perché, vedete, su quelle panchine io ci sono cresciuto. E non solo io, eh, sia chiaro: non solo la mia generazione, ma centinaia di ragazzi prima di me, e altrettanti anche dopo, fino a giusto qualche anno fa, quando è successo qualcosa che ancora oggi faccio fatica ad analizzare, perché è stato un attimo, davvero solo un attimo, e quei giardini, quei giardini che per noi erano il paradiso, semplicemente non esistevano più.
Sto parlando, e tutti quelli che mi conoscono l’hanno già capito, degli spazi verdi di via Don Morosini. Quelli che separano la Galleria Pennacchi dalla Galleria Cisa, per intenderci. Quelli che da piazza Dante, davanti al vecchio mercato coperto – tra parentesi, altra ferita - si allungavano fino quasi al vecchio distretto militare. Insomma una striscia di prato, e alberi, e siepi, e panchine, incastonata in una galassia di cemento. Come fai a non chiamare “paradiso” un posto così, se poi diventa anche il teatro delle infinite partite a pallone, dei primi baci, dei pomeriggi rubati ai compiti e di tutto il resto? Era semplicemente il posto in cui ho conosciuto la felicità, con i miei amici di sempre.
Vi dicevo che a un certo punto quei giardini sono spariti. Nel senso che sono spariti davvero, a vederli bene ci sono ancora oggi, ma sono spariti per come li intendevo io, per come li intendevano i ragazzi come me, ma per come li intendevano anche i nostri genitori, e i nostri nonni, che tra quegli alberi, e quelle panchine, trovavano il pretesto giusto per non stare chiusi dentro casa. Eccolo, il punto. I giardini, intesi così, a un certo punto sono spariti.
Le panchine sono diventate il letto dei clochard. Di più, la casa. A decine, piano piano, hanno preso possesso di quegli spazi, e non li hanno mollati più. Davvero eh, non li hanno mollati più. Neanche quando il Comune decise di rimuoverle fisicamente, quelle panchine.
Andateci, se vi capita, anche se non è un bello spettacolo. Ma almeno vi renderete conto di quanto sia degradato oggi quel posto. E non voglio entrare nel merito delle polemiche sull’accoglienza, sullo stato di indigenza di queste povere persone. Il punto è, per come la vedo io, che quei giardini di cui si sono appropriati appartenevano ai nostri bambini. E ai nostri vecchi.
Oggi, passeggiare tra quelle stesse vie stringe il cuore. La vita vibrante che un tempo rendeva uniche queste zone è stata sostituita dal silenzio, da un senso di abbandono, quasi come se la città avesse perso un pezzo di sé.
Gli scheletri delle panchine rimosse, al di là dell’estetica orribile, hanno trasformato questo antico tempio della socialità in non-luoghi. Ed è il peccato più grave che si potesse commettere.
Antonio Pennacchi aveva già intuito il valore umano e sociale della nostra città quando diceva: "La mia città non ha una storia millenaria, ha una storia umana." Una storia che non possiamo, e non dobbiamo, lasciare sfiorire così, sotto i nostri occhi indifferenti.
Da imprenditore, ho imparato che lamentarsi non cambia le cose. Anzi, spesso è la reazione meno produttiva davanti ai problemi. Oggi Latina non ha bisogno di nostalgia fine a sé stessa, ma di soluzioni coraggiose, idee concrete e del coinvolgimento attivo di chi ama profondamente questa città. Credo fortemente che il settore privato non debba rimanere spettatore, ma diventare protagonista della rinascita.
Allora perché non guardare al recupero di questi giardini e di altri spazi simili come a un'opportunità reale? Immaginiamo, ad esempio, uno spazio verde che diventi il centro pulsante di eventi settimanali: un mercatino con prodotti locali che porti vitalità alle attività commerciali della zona, serate musicali con artisti emergenti, laboratori educativi sull'ambiente che coinvolgano direttamente le scuole e persino piccole postazioni Wi-Fi per chi vuole lavorare immerso nel verde. Pensiamo all'iniziativa "Adotta un giardino", attraverso la quale imprese locali, associazioni sportive o culturali possano impegnarsi concretamente nella manutenzione e valorizzazione di questi spazi, magari con incentivi fiscali o visibilità pubblica.
Queste non sono fantasie astratte, ma modelli vincenti già testati altrove. Basti guardare l’esempio del Mercato delle Erbe di Bologna, che oggi è punto d'incontro fondamentale per cittadini e turisti, oppure i giardini pubblici rigenerati di Milano, come la Biblioteca degli Alberi, dove cultura, eventi e natura convivono perfettamente.
Guardiamo oltre confine agli spazi culturali recuperati come la RAW Gelände a Berlino o il Mercat de Sant Antoni a Barcellona: esempi virtuosi di trasformazione urbana che hanno generato coesione sociale, sostenuto attività economiche locali e risvegliato nei cittadini un forte senso di appartenenza e orgoglio. Anche Latina può seguire queste orme, adattandole alle sue peculiarità, con la consapevolezza che il cambiamento vero nasce sempre da idee chiare, volontà forte e azioni concrete.
Latina ha bisogno di “sognatori pragmatici”, persone capaci di vedere lontano ma con i piedi ben piantati per terra, che sappiano investire tempo, risorse ed energie in un progetto concreto e condiviso. Io – ve lo dico – ho intenzione di farlo, e sono certo che molti di voi saranno pronti ad unirsi. Latina può cambiare volto senza smettere di essere sé stessa. Possiamo ridarle voce, spazio, vita. Basterà ascoltare quel battito. E iniziare, insieme, a farlo accelerare di nuovo.