Il passato non torna. Rimane fermo in certi luoghi e aspetta che siamo noi a passarci davanti.
Cammino per Latina e ogni tanto mi fermo.
Non perché ci sia qualcosa da vedere.
Via Cairoli è una strada. Via Don Morosini è una strada. Piazza Dante è una piazza. I giardini sono i giardini.
Per gli altri, almeno.
Per me in quei posti ci sono ancora persone, voci, palloni, panchine e le musicassette che ascoltavamo e ci scambiavamo.
Cassette registrate male, con i titoli scritti a penna e qualche canzone presa dalla radio. A volte arrivava anche la voce del conduttore sull’inizio del brano, perché avevamo premuto “rec” un secondo troppo tardi.
Dentro c’era la musica che ci piaceva. Ma c’era anche il tempo impiegato per scegliere i pezzi, metterli in ordine e prepararli per qualcuno.
Non lo chiamavamo tempo dedicato. Non avevamo bisogno di dare un nome a tutto.
Lo facevamo e basta.
Eravamo ragazzi e pensavamo che tutto sarebbe durato. Le amicizie, le estati, i genitori, le partite ai giardini. Anche noi.
Non avevamo ancora imparato che le cose finiscono.
Prima che il tempo diventasse tempo
Il nostro mondo era piccolo.
Casa. Scuola. I giardini. Il campo da calcio. Il bar. La casa di un amico.
Non serviva altro.
Una partita cominciava nel pomeriggio e finiva quando non si vedeva più il pallone. Le squadre cambiavano in continuazione. Chi arrivava entrava. Chi doveva tornare a casa usciva. Le porte erano due alberi, due felpe o qualsiasi cosa riuscissimo a mettere a terra.
Il risultato era sempre incerto.
«Eravamo undici a dieci.»
«Ma quale undici a dieci? Stavamo dieci pari.»
«Quello di prima non valeva.»
«Perché non valeva?»
«Perché era fallo.»
«Ma quale fallo?»
«Avevamo chiamato fallo.»
«L’hai chiamato dopo che avevamo segnato.»
A quel punto cominciava una discussione alla quale partecipavano tutti, compresi quelli che non avevano visto nulla.
Non c’erano arbitri, telecamere o regolamenti scritti. C’era soltanto una certezza: la propria versione era quella giusta.
Cinque minuti dopo si giocava di nuovo.
Non sapevamo perdonare. Semplicemente dimenticavamo in fretta.
Avevamo tempo.
Quella era la nostra vera ricchezza, anche se non ne sapevamo nulla.
Un pomeriggio sembrava non finire mai. L’estate era così lunga che a giugno non riuscivamo neppure a immaginare settembre. L’anno successivo non esisteva.
Poi il tempo ha cominciato a presentare il conto.
Sono arrivati il lavoro, le responsabilità, le partenze, i ritorni. Sono arrivati i figli. Sono arrivate le telefonate che fanno paura. Alcune persone sono rimaste. Altre si sono allontanate senza che ci fosse neppure un litigio. Qualcuno è morto.
E allora quelle giornate senza importanza sono diventate importanti.
Troppo tardi, naturalmente.
La memoria funziona così. Ti restituisce le cose quando non puoi più toccarle.
Quello che resta nei luoghi
Una panchina non ricorda chi ci era seduto.
La strada non sa chi l’ha percorsa. Il campo non conserva il rumore di una partita. I muri non sentono la mancanza di nessuno.
Noi sì.
Torniamo negli stessi posti con un corpo più vecchio e una vita che allora non avremmo saputo immaginare. Guardiamo una panchina e vediamo chi sedeva accanto a noi. Passiamo davanti a un portone e ricordiamo una voce. Attraversiamo una piazza e per qualche secondo abbiamo di nuovo quindici anni.
A volte torna anche una canzone.
Non necessariamente la più bella. Quella che c’era in quel momento.
Bastano poche note e riappare una stanza, un pomeriggio, il lato B di una cassetta, la voce di un amico. Ricordiamo perfino il rumore del nastro che arrivava alla fine.
Poi passa.
Resta il portone. Resta la piazza. Restiamo noi, un po’ più soli.
È questa la parte più dura della memoria: non ci riporta indietro. Ci mostra soltanto la distanza.
Ci ricorda chi eravamo, chi avevamo vicino e tutto quello che nel frattempo abbiamo perso.
Ma non è solo dolore.
Alcune persone continuano a vivere nel modo in cui guardiamo il mondo. In una frase che usiamo senza ricordare più da chi l’abbiamo imparata. In un gesto. In una reazione. Nel modo in cui trattiamo gli altri.
Non sono più con noi, ma non se ne sono andate del tutto.
Il momento giusto non avverte
La mia passione per il vino mi ha costretto a fare i conti con l’attesa.
Una bottiglia ha bisogno del suo tempo. Non le interessa quanto abbiamo speso, quanto siamo curiosi o quanto a lungo abbiamo immaginato di aprirla.
Possiamo farlo troppo presto.
Possiamo farlo troppo tardi.
In entrambi i casi non si torna indietro.
Ho aperto bottiglie che avrei dovuto lasciare riposare. Ne ho aspettate altre per anni, conservandole per un’occasione che mi sembrasse abbastanza importante. Poi, quando finalmente ho deciso, il momento migliore era passato.
Succede.
Con il vino e con la vita.
Rimandiamo una visita, una partenza, una parola. Pensiamo che ci sarà un’altra domenica, un’altra cena, un’altra occasione per fare quella telefonata.
Qualche volta è vero.
Qualche volta no.
Il momento giusto non manda segnali. Non ci dice che quella sarà l’ultima volta.
Lo capiamo dopo, quando non serve più.
Pochi metri
In Borgogna bastano pochi metri perché cambi tutto.
La stessa uva, lo stesso cielo, lo stesso versante. Eppure il vino può essere diverso. Cambiano il terreno, l’esposizione, il vento, il lavoro di chi quella terra la conosce da una vita.
Vosne-Romanée. Chambolle-Musigny. Gevrey-Chambertin. Nuits-Saint-Georges. Meursault. Puligny-Montrachet.
Nomi che un tempo faticavo a pronunciare e che oggi mi riportano a luoghi, bottiglie, tavoli e persone.
Anche noi siamo cresciuti a pochi metri gli uni dagli altri.
Stesse strade. Stesse scuole. Stessi pomeriggi. A volte la stessa panchina.
Eppure siamo diventati uomini diversi.
Qualcuno è partito. Qualcuno è rimasto. Qualcuno si è perso. Qualcuno ha ottenuto quello che desiderava e ha scoperto che non bastava. Qualcuno ha rinunciato. Qualcuno ha ricominciato.
La vita lavora anche quando non ce ne accorgiamo.
Scava, sposta, porta via.
E alla fine lascia ciò che siamo diventati.
Quello che capiamo dopo
Ho creduto importanti cose che oggi ricordo appena.
Ho sofferto per sconfitte che non hanno lasciato alcun segno. Ho inseguito risultati che, una volta raggiunti, sono durati molto meno della fatica necessaria per ottenerli.
Al contrario, ricordo perfettamente momenti ai quali non avevo dato alcun valore.
Una voce.
Un viaggio in macchina.
Una porta che si apre.
Una cena senza un motivo particolare.
Una persona seduta accanto.
Una musicassetta consegnata dicendo soltanto: «Ascoltala».
La memoria non rispetta le gerarchie che costruiamo. Se ne frega dei ruoli, dei titoli, dei risultati e dei programmi.
Tiene quello che vuole.
E quasi sempre tiene le persone.
Quelle che hanno camminato con noi per anni. Quelle che abbiamo conosciuto soltanto per un periodo. Quelle che abbiamo amato male. Quelle alle quali non abbiamo detto abbastanza. Quelle che non vediamo più. Quelle che non potremo più vedere.
Alla fine restano loro.
Non il lavoro concluso bene. Non il traguardo raggiunto. Non la cifra scritta su un contratto.
Ricordiamo chi era nella stanza quando è arrivata una buona notizia. Chi ci ha accompagnato quando le cose andavano male. Chi ha creduto in noi prima che avessimo qualcosa da dimostrare. Chi è rimasto seduto accanto senza sapere cosa dire.
Tornare
Quando passo per alcune strade di Latina non desidero tornare ragazzo.
Non sarebbe possibile e forse non sarebbe neppure giusto.
Vorrei soltanto riuscire a fermarmi qualche secondo in più. Guardare bene. Non lasciare che la fretta si porti via anche quello.
Ho impiegato anni a capire che la vita non è fatta soltanto da ciò che abbiamo scelto, costruito o conquistato.
È fatta anche da quello che abbiamo perduto.
Dalle persone che ci hanno lasciato qualcosa senza saperlo.
Dalle parole che non abbiamo detto.
Dalle occasioni che pensavamo sarebbero tornate.
Da una panchina che oggi è vuota e che nella memoria non lo sarà mai.
Le coordinate della memoria sono queste.
Via Cairoli.
Via Don Morosini.
Piazza Dante.
I giardini.
Il vecchio mercato.
Una vigna in Borgogna.
Una musicassetta consumata.
Una bottiglia aspettata troppo.
Il posto occupato da qualcuno che non c’è più.
Sono i punti nei quali la vita continua a fare male.
E proprio per questo continua ad avere valore.