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Lascia un commentoL’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio
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È il mio ultimo libro letto di Murakami e mi ha riportato dentro uno dei temi che sento più forti nei suoi romanzi: quello che ci accade può finire molto prima delle conseguenze che lascia dentro di noi.
Tsukuru viene escluso dal gruppo quando è molto giovane. L’evento dura pochissimo: una telefonata, poche parole. Eppure quella decisione continua a lavorare dentro di lui per sedici anni.
La cosa che trovo più interessante è che Tsukuru non conosce nemmeno la ragione della propria esclusione. E proprio perché non la conosce, ne costruisce una: il problema deve essere lui. Deve esserci qualcosa di sbagliato in lui che gli altri hanno visto e che lui non è riuscito a riconoscere.
È un meccanismo molto umano. Quando non possediamo una spiegazione, spesso ne costruiamo una. E qualche volta scegliamo proprio quella più dura verso noi stessi.
Essere “incolore”
Tsukuru si è sempre percepito come il membro meno interessante del gruppo. Gli altri hanno un colore, una personalità riconoscibile, un talento, qualcosa che sembra distinguerli. Lui no, o almeno è quello che pensa. E questa convinzione finisce per sopravvivere anche dopo la fine dell’amicizia.
È forse uno degli aspetti del romanzo che mi rimangono di più. Quante volte costruiamo la nostra identità partendo da ciò che immaginiamo vedano gli altri? Ci consideriamo meno brillanti, meno interessanti, meno capaci, meno necessari. E poi scopriamo, magari molti anni dopo, che lo sguardo degli altri era completamente diverso da quello che avevamo immaginato.
Tsukuru non è necessariamente incolore: è lui ad avere imparato a guardarsi così.
Il gruppo
C’è qualcosa di molto vero anche nel modo in cui Murakami racconta quell’amicizia adolescenziale. Quando siamo giovani, alcuni gruppi sembrano destinati a durare per sempre. Non riusciamo nemmeno a immaginare una vita nella quale quelle persone non ci saranno.
Poi accade qualcosa. Una partenza, un amore, un lavoro, una scelta, qualche volta un conflitto. E il gruppo cambia.
Molti anni dopo ci rendiamo conto che non abbiamo perso soltanto alcune persone. Abbiamo perso anche la versione di noi stessi che esisteva quando eravamo insieme a loro. Forse è anche questo che Tsukuru va a cercare: non semplicemente quattro vecchi amici, ma la possibilità di capire chi fosse lui dentro quella storia.
Il pellegrinaggio
Trovo molto bello che Murakami utilizzi proprio questa parola: pellegrinaggio.
Tsukuru non parte per recuperare necessariamente ciò che ha perduto. Il passato non può essere ricostruito. Gli amici sono diventati altre persone, anche lui lo è. Parte per comprendere. E comprendere non significa nemmeno ottenere una spiegazione capace di sistemare tutto. Significa poter finalmente rimettere in discussione la storia che per sedici anni si è raccontato, quella secondo cui era stato escluso perché non aveva abbastanza valore.
A volte il passato non ha bisogno di essere cambiato: ha bisogno di essere riletto.
La memoria non è un verbale
Questo romanzo si collega molto anche alla domanda sulla memoria che continua a tornarmi. Quattro persone possono vivere lo stesso evento e conservarne versioni profundamente diverse. Ognuno ricorda, omette, interpreta, protegge qualcosa. E il tempo aggiunge altri strati.
Quando Tsukuru torna dagli amici di allora non trova la verità perfettamente conservata ad aspettarlo. Trova persone che hanno costruito una vita sopra ciò che era accaduto. Per questo la memoria non è mai un semplice archivio: è qualcosa che continua a cambiare insieme a noi.
Liszt
Murakami utilizza ancora una volta la musica come memoria. Nel romanzo ritorna Le mal du pays, tratto dagli Années de pèlerinage di Franz Liszt, brano associato a Shiro e al periodo in cui i cinque amici erano ancora insieme.
È tipicamente murakamiano. Una musica ascoltata molti anni prima non rimane soltanto una musica. Diventa una persona, una stanza, un periodo della vita. Quando torna, non ci restituisce semplicemente ciò che abbiamo vissuto: ci restituisce anche la distanza che ci separa da allora.
"Possiamo trascorrere anni vivendo dentro una spiegazione che abbiamo costruito quando eravamo feriti. Crescere significa anche avere il coraggio di tornare a chiederci se quella spiegazione fosse davvero la verità."