Nei romanzi di Murakami la realtà sembra sempre avere una porta socchiusa verso qualcos’altro. Solitudine, perdita, desiderio e memoria convivono con dimensioni che non hanno bisogno di essere completamente spiegate. Mi interessa proprio questa sospensione: la capacità di raccontare ciò che sentiamo anche quando non possediamo le parole, o la razionalità, per comprenderlo fino in fondo.
AUTORE CENTRALE DELLA MIA BIBLIOTECA
Murakami è uno degli autori ai quali torno più volentieri. Non perché nei suoi libri trovi delle risposte. Quasi mai le offre. Mi interessa proprio il contrario: la capacità di lasciare aperto uno spazio nel quale realtà, memoria, sogno e solitudine possono convivere senza che tutto debba necessariamente essere spiegato.
Nei suoi romanzi una persona può uscire di casa, prendere un treno, ascoltare un disco, prepararsi qualcosa da mangiare. Poi accade qualcosa. Una telefonata. Una scomparsa. Un incontro. Un sogno che forse non è soltanto un sogno. Una porta che prima non avevamo visto. E la realtà continua apparentemente a essere la stessa, ma non lo è più. È questo che trovo affascinante. Murakami parte spesso da gesti normalissimi e lentamente modifica le coordinate. Non senti con precisione il momento nel quale hai attraversato il confine. A un certo punto sei semplicemente dall’altra parte. E continui a leggere.
Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura gestisce a Tokyo, insieme alla moglie Yoko, un jazz bar chiamato Peter Cat. La musica rimarrà una presenza costante nella sua opera, così come la letteratura americana che ha letto e tradotto: Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. Ha pubblicato Ascolta la canzone del vento nel 1979; da allora ha costruito un universo letterario immediatamente riconoscibile.
Ma la biografia, nel suo caso, mi interessa fino a un certo punto. Mi interessa di più ciò che succede quando apro uno dei suoi libri. La musica. I bar. Le città di notte. Le biblioteche. Le stanze vuote. I gatti. Le persone scomparse. Le donne che sembrano appartenere contemporaneamente a due luoghi. I protagonisti che continuano a camminare anche quando non sanno esattamente dove stanno andando.
E soprattutto il silenzio. Nei libri di Murakami esiste molto spazio per ciò che non viene detto. Forse è una delle ragioni per cui continuo a trovarmici. Viviamo in un tempo nel quale sentiamo continuamente il bisogno di spiegare. Spiegare una scelta. Una relazione. Un fallimento. Un cambiamento. Perfino una sensazione.
Murakami ricorda che non tutto ciò che ci accade arriva accompagnato da una spiegazione. Alcune persone entrano nella nostra vita e non sappiamo immediatamente perché saranno importanti. Altre scompaiono e continuano comunque ad abitarla. Alcuni luoghi conservano qualcosa di noi. Alcuni ricordi tornano senza essere stati invitati. E qualche volta comprendiamo il significato di ciò che abbiamo vissuto soltanto molto tempo dopo.
È probabilmente qui che sento una vicinanza particolare. Dostoevskij entra nelle contraddizioni dell’essere umano e le porta fino al punto in cui non possiamo più distogliere lo sguardo. Murakami fa quasi il movimento opposto. Lascia uno spazio. Ci permette di stare dentro una domanda senza obbligarci immediatamente a risolverla. E quello spazio, a volte, dice più di una spiegazione.
I personaggi di Murakami sono spesso soli. Ma non sempre la loro solitudine è isolamento. Qualche volta è semplicemente il luogo dal quale provano a capire cosa sia successo. Perdita, separazione, desiderio, morte: nei suoi libri raramente producono una reazione immediata. Rimangono. Sedimentano. Riappaiono. Una persona continua a vivere, lavora, ascolta musica, mangia, corre. Poi scopre che qualcosa accaduto anni prima non ha ancora finito di accadere. È una sensazione che trovo profondamente vera. Il tempo passa. Ma non tutto ciò che abbiamo vissuto passa insieme al tempo.
Forse è uno degli aspetti che sento più vicini. Murakami non utilizza la memoria come un archivio. La memoria modifica continuamente il presente. Una canzone può aprire una porta. Un luogo può restituire una persona. Una fotografia può contenere qualcosa che avevamo dimenticato. Il passato non è semplicemente ciò che è stato. Continua a cambiare significato in funzione di ciò che accade dopo. E forse è anche per questo che i suoi libri possono essere riletti a distanza di anni trovandoci qualcosa di diverso. Non è cambiato il romanzo. Siamo cambiati noi.
Poi c’è la musica. Jazz, rock, classica. Non come decorazione. Come parte del modo in cui i personaggi attraversano il tempo. Una canzone può contenere un periodo intero della vita. Questo lo capisco molto bene. Esistono brani che non ascoltiamo soltanto. Ci riportano da qualche parte. Una stanza. Una persona. Un viaggio. Una stagione della vita. Murakami conosce perfettamente questa capacità della musica di diventare memoria.
Ma forse il motivo principale per cui lo considero un autore centrale della mia Biblioteca è il suo rapporto con il confine. Quello tra ciò che possiamo spiegare e ciò che possiamo soltanto attraversare. Nei suoi libri non tutto deve essere razionale per essere vero. Un sogno può modificare una vita. Una persona può esistere in due dimensioni. Un gatto può parlare. Una città può nasconderne un’altra. Eppure, mentre leggiamo, raramente sentiamo il bisogno di fermarci e dire: “Questo non è possibile”. Perché comprendiamo che Murakami non sta cercando di raccontare ciò che è possibile. Sta provando a raccontare ciò che sentiamo. E le due cose non coincidono sempre.
Torno a Murakami quando ho voglia di leggere senza dover arrivare necessariamente a una conclusione. Quando voglio lasciare che un’immagine rimanga aperta. Una stanza. Una strada. Una canzone. Una persona che non sappiamo se tornerà. Mi piace la sua capacità di accettare che una parte della vita rimanga inspiegata. Non come rinuncia. Come rispetto. Perché forse crescere non significa riuscire finalmente a comprendere tutto ciò che ci è accaduto. Significa anche imparare a convivere con alcune domande senza sentirsi obbligati a chiuderle. Ed è probabilmente questa la cosa che porto maggiormente con me dai suoi libri: non tutto ciò che non riusciamo a spiegare è necessariamente privo di significato.
Bulgakov. Entrambi permettono al fantastico di entrare nella realtà senza chiedere continuamente il permesso al lettore. Ma non utilizzano l’irreale per fuggire dalla condizione umana. Lo utilizzano per guardarla meglio.
Cormac McCarthy. Li tengo vicini pur essendo quasi opposti. McCarthy toglie. Murakami lascia sospeso. McCarthy porta l’uomo davanti alla materia più dura della realtà. Murakami apre porte dentro ciò che la realtà non riesce completamente a spiegare. Eppure entrambi mi interessano per lo stesso motivo: non hanno bisogno di spiegare tutto al lettore. Gli chiedono di restare dentro la storia.
Murakami è uno degli autori ai quali torno quando sento il bisogno di lasciare una domanda aperta abbastanza a lungo da vedere se, nel tempo, cambia anche la risposta.