Autore nella mia biblioteca

Cormac McCarthy

McCarthy porta i suoi personaggi nei luoghi in cui restano poche protezioni: la strada, la violenza, la solitudine, il confine tra il bene e il male. Nei suoi romanzi l’essere umano viene osservato quando tutto ciò che normalmente lo sostiene viene meno. È una scrittura dura, essenziale, che costringe a interrogarsi su ciò che resta di noi quando non abbiamo più nulla dietro cui nasconderci.

AUTORE CENTRALE DELLA MIA BIBLIOTECA

Un autore al quale torno

Cormac McCarthy è uno degli autori che hanno lasciato il segno più profondo nel mio modo di leggere.

E probabilmente anche nel mio modo di pensare alla scrittura.

Nei suoi romanzi c’è pochissimo di superfluo.

Le parole sembrano avere un peso.

I paesaggi non fanno semplicemente da sfondo alle persone: le espongono.

Una strada.

Un deserto.

Una casa abbandonata.

La neve.

La notte.

Il confine.

Luoghi nei quali progressivamente vengono meno le protezioni e rimane ciò che una persona decide di essere quando non può più nascondersi dietro il ruolo che occupa, le regole della società o l’immagine che ha costruito di sé.

È questo che mi interessa soprattutto in McCarthy.

Non la violenza, anche se nei suoi libri ce n’è molta.

Non l’oscurità.

Ma ciò che resta dell’uomo dentro quella oscurità.

Cormac McCarthy nacque nel 1933 e morì nel 2023. È stato uno dei grandi scrittori americani contemporanei, autore di romanzi come Meridiano di sangue, Non è un paese per vecchi, La strada, Il passeggero e Stella Maris. La sua opera ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il National Book Award e il Pulitzer, assegnato a La strada nel 2007.

Ma anche nel suo caso la biografia mi interessa meno di ciò che succede quando apro una pagina.

Togliere

Se dovessi scegliere una parola per descrivere ciò che McCarthy fa, probabilmente sarebbe questa:

toglie.

Toglie spiegazioni.

Toglie protezioni.

Toglie spesso perfino i nomi.

In La strada abbiamo un padre e un figlio.

Non abbiamo bisogno di sapere molto altro.

Il mondo che conoscevano è scomparso e la domanda diventa elementare:

come si continua a essere uomini quando quasi tutto ciò che rendeva possibile la civiltà non esiste più?

Il romanzo è ambientato in un paesaggio post-apocalittico nel quale padre e figlio cercano di sopravvivere attraversando un mondo devastato. Ma ciò che rende il libro così potente non è la catastrofe: è il rapporto tra loro e la decisione di continuare a conservare una forma di umanità quando sarebbe molto più semplice abbandonarla.

È qualcosa che ritorna continuamente nei suoi libri.

Quando togliamo il denaro.

La reputazione.

Il lavoro.

Le regole.

La sicurezza.

Che cosa rimane?

Il male senza spiegazioni facili

In Meridiano di sangue McCarthy porta questa domanda dentro uno dei territori più estremi della sua opera.

Il romanzo attraversa la violenza della frontiera tra Stati Uniti e Messico nell’Ottocento e segue il Kid dentro il mondo della banda Glanton, in cui la violenza sembra non avere bisogno di una giustificazione per esistere. Al centro emerge la figura del giudice Holden, uno dei personaggi più inquietanti della letteratura americana contemporanea.

McCarthy non rende il male facilmente comprensibile.

Ed è forse questo che lo rende così difficile da dimenticare.

Abbiamo spesso bisogno di una ragione.

Un trauma.

Un interesse.

Una vendetta.

Qualcosa che ci permetta di dire:

“Ecco perché.”

Nei suoi libri, invece, non sempre quella risposta arriva.

Il male può avere una causa.

Ma può anche diventare una possibilità dell’essere umano.

È una posizione scomoda.

Perché ci impedisce di collocarlo sempre abbastanza lontano da noi.

Le scelte quando nessuno guarda

Eppure sarebbe un errore considerare McCarthy semplicemente uno scrittore pessimista.

Proprio perché il suo mondo può essere così duro, le scelte acquistano un peso enorme.

In La strada, continuare a prendersi cura di un figlio conta proprio perché intorno quasi tutto sembra dimostrare che non ne valga più la pena.

La bontà non ha bisogno di essere premiata.

La responsabilità non dipende dalla presenza di qualcuno che la riconosca.

Un uomo può fare la cosa giusta anche quando nessuno lo saprà.

Questa idea mi rimane molto.

Viviamo in un tempo nel quale quasi tutto diventa visibile.

Risultati.

Opinioni.

Successi.

Scelte.

McCarthy riporta invece la responsabilità in un luogo molto più essenziale:

ciò che facciamo quando non c’è nessuno a guardarci.

Forse è proprio lì che si vede meglio chi siamo.

Padri e figli

C’è poi un tema che inevitabilmente sento.

Il rapporto tra generazioni.

In La strada un padre sa di non poter promettere al figlio che il mondo tornerà come prima.

Può soltanto cercare di accompagnarlo abbastanza a lungo da permettergli di continuare senza di lui.

È una forma di amore nella quale protezione e limite convivono continuamente.

Un genitore vorrebbe evitare ai figli il dolore.

Ma sa che non potrà farlo per sempre.

Può preparare.

Accompagnare.

Provare a trasmettere qualcosa.

Poi arriva un punto nel quale il cammino deve continuare senza di lui.

McCarthy racconta tutto questo senza sentimentalismo.

Ed è forse proprio per questo che colpisce così profondamente.

Il silenzio

Un’altra cosa che amo nella sua scrittura è ciò che decide di non spiegare.

McCarthy si fida del lettore.

Non sente il bisogno di accompagnarlo continuamente.

Ci sono pagine nelle quali il silenzio conta quanto le parole.

Dialoghi brevissimi.

Domande senza risposta.

Paesaggi nei quali sembra che l’uomo occupi uno spazio minuscolo.

Quella scrittura mi ha insegnato qualcosa anche quando provo a scrivere io:

non tutto deve essere spiegato.

Qualche volta una frase diventa più forte proprio perché ci fermiamo prima.

Lasciando a chi legge lo spazio per entrarci.

Stella Maris

Negli ultimi libri questa ricerca diventa ancora più evidente.

Stella Maris, pubblicato nel 2022 come secondo volume legato a Il passeggero, è composto interamente dalle conversazioni tra Alicia Western e il suo psichiatra. Alicia è una giovane matematica che cerca di confrontarsi con conoscenza, follia, morte, Dio, verità e con il rapporto impossibile con il fratello Bobby.

Quasi tutto ciò che normalmente associamo a McCarthy sembra essere scomparso.

Niente grandi paesaggi.

Niente viaggio.

Quasi nessuna azione.

Restano due persone che parlano.

E alcune delle domande più grandi che possiamo porci.

Quanto possiamo conoscere?

Esiste una realtà indipendente dal modo in cui siamo capaci di percepirla?

La ragione riesce davvero a portarci ovunque?

Che cosa facciamo quando l’intelligenza non basta a rendere sopportabile l’esistenza?

È un McCarthy diverso.

Eppure è ancora completamente lui.

Non avere bisogno di una risposta

Forse uno dei motivi per cui torno ai suoi libri è proprio questo.

McCarthy non sembra particolarmente interessato a tranquillizzarmi.

Non costruisce una morale da consegnare alla fine.

Non mi dice cosa dovrei imparare dai suoi personaggi.

Mi mette davanti qualcosa.

E mi lascia lì.

Questo è un modo di scrivere che rispetto profondamente.

Perché alcune domande diventano più importanti proprio quando smettiamo di pretendere una risposta immediata.

Il bene.

Il male.

Dio.

La morte.

La libertà.

La responsabilità.

L’amore.

Possiamo trascorrere una vita intera a interrogarci su queste cose senza poterle definitivamente sistemare.

Forse non è un fallimento.

Forse è semplicemente parte dell’essere uomini.

McCarthy e Dostoevskij

È qui che per me McCarthy incontra Dostoevskij.

Non nello stile.

Sono quasi opposti.

Dostoevskij entra nella mente dell’uomo e la riempie di voci.

I suoi personaggi parlano.

Si contraddicono.

Spiegano.

Accusano.

Si difendono.

Ricominciano.

McCarthy spesso fa il contrario.

Toglie le parole fino a lasciare l’uomo davanti a ciò che ha fatto.

Ma arrivano entrambi nello stesso luogo.

La responsabilità.

Raskol’nikov costruisce una teoria per giustificare il proprio delitto.

L’uomo del sottosuolo rivendica perfino il diritto di scegliere contro il proprio interesse.

I personaggi di McCarthy vengono messi davanti a un mondo nel quale molte delle regole sono già crollate.

Eppure la domanda rimane:

che cosa scegli?

È forse questo il punto nel quale sento più forte il legame tra i due.

Dostoevskij cerca il limite dentro la coscienza.

McCarthy lo cerca quando intorno quel limite sembra essere scomparso.

McCarthy e Murakami

Con Murakami il collegamento è diverso.

Entrambi utilizzano moltissimo il silenzio.

Entrambi accettano che una parte della storia rimanga irrisolta.

Entrambi si fidano della capacità del lettore di restare dentro un’incertezza.

Ma partono da direzioni quasi opposte.

Murakami apre la realtà.

Dietro una porta può esistere un altro mondo.

Un sogno può entrare nella vita.

Una persona può scomparire senza smettere di essere presente.

McCarthy restringe la realtà.

Toglie.

Riduce.

Porta spesso i suoi personaggi fino al punto in cui rimangono soltanto un corpo, una strada, una scelta.

Murakami mi porta verso ciò che non riesco a spiegare.

McCarthy verso ciò che non posso più evitare.

Eppure entrambi mi chiedono la stessa cosa:

restare dentro la storia senza pretendere che ogni cosa venga risolta per me.

Tre modi di guardare l’uomo

Forse è questo il motivo per cui Dostoevskij, McCarthy e Murakami occupano un posto particolare nella mia Biblioteca.

Non perché si assomiglino.

Ma perché non lo fanno affatto.

Dostoevskij scava nelle contraddizioni.

McCarthy toglie tutto ciò che può nasconderle.

Murakami apre uno spazio nel quale possono continuare a esistere senza essere necessariamente risolte.

Tre scrittori.

Tre epoche.

Tre linguaggi quasi incompatibili.

Eppure continuo a ritrovare in tutti e tre la stessa domanda:

che cosa significa essere umani quando le nostre certezze non bastano più?

Perché torno a McCarthy

Torno a McCarthy quando sento il bisogno di una scrittura che non abbia paura del silenzio.

Quando voglio che una storia non cerchi di convincermi.

Quando ho bisogno di ricordare che anche dentro i paesaggi più duri può esistere una scelta.

E che quella scelta conta proprio perché non sappiamo se servirà.

Forse è questo che porto soprattutto dai suoi libri.

Non l’idea che il mondo sia buono.

McCarthy non offre questa consolazione.

Qualcosa di più difficile.

La possibilità che una persona scelga di esserlo anche quando il mondo intorno non le offre nessuna garanzia che ne valga la pena.

Ed è una differenza enorme.

I LIBRI DI CORMAC MCCARTHY NELLA MIA BIBLIOTECA

— La strada
— Meridiano di sangue
— Stella Maris
— Il buio fuori
— Sunset Limited (Testo teatrale/dialogico)

I suoi libri nella mia libreria

Stella Maris

Stella Maris

Romanzo
Il buio fuori

Il buio fuori

Romanzo
Meridiano di sangue

Meridiano di sangue

Romanzo
Sunset Limited

Sunset Limited

Romanzo
La strada

La strada

Romanzo