Quella notte di gennaio ci cambiò per sempre. Avevamo tutti intorno ai vent’anni, erano i tempi delle scoperte, delle bravate, degli amori. Orso se ne andò all’improvviso, in quel modo violento che solo la strada può nascondere, e con quel dolore lancinante ci costrinse a diventare adulti.
Quell'assenza era lì, palpabile. Orso ci lasciava il suo libro scritto a metà, e mille pagine strappate via. Domande senza risposte. E una sola consolazione: sognarlo, e pensarlo tanto, anche di giorno, anche a distanza di tanto tempo, e continuare a immaginare come sarebbe andata avanti la nostra storia se fosse ancora con noi.
Insomma in quella notte di dolore l'amicizia adulta ci si svelava davanti con un volto nuovo, non più solo spensieratezza e giochi, ma una cosa più profonda per noi che restavamo, un legame fatto di sostegno reciproco e comprensione silenziosa.
Eravamo una decina, i figli di via Cairoli. Una cosa che detta così non rende bene l’idea. Ma immaginate una vietta come tante, però incastonata tra due grattacieli e una fila di giardinetti pieni di vita: anziani che chiacchierano sulle panchine, tanta erba, siepi, palloni che rotolano, bambini sudati, mamme col passeggino. Insomma, un affresco del secolo scorso, ma quando stava per finire.
E immaginate anche quel momento storico, con tante bande che da un quartiere all’altro, le sere d’estate, si spostavano per fare a pugni. Bastoni, catene, sassi. E quei giardinetti campo di battaglia e crocevia delle scorribande di tanti ragazzi, certamente più arrabbiati di noi con la vita, certamente molto lontani dal modo in cui, già allora, noi avevamo deciso di vivere.
Ecco, in quel pezzo di città, e di esistenza, c’eravamo noi. Tra gli alberi e le panchine, testimoni delle nostre risate e delle nostre corse, abbiamo imparato il valore dell'amicizia, quella vera, profonda, che ti sostiene e ti accompagna per tutta la vita.
Ogni immagine che si srotola veloce nella mente è un tessuto di nostalgia, di quella dolce malinconia che abbraccia e un po' ci inorgoglisce. Eravamo ricchi solo di sogni e ci bastava un pallone scalcinato per toccare il cielo con un dito.
E così, attraverso le stagioni, abbiamo camminato fianco a fianco, dividendo i primi battiti del cuore e le prime tempeste dell'anima. E i bivi, quelli oscuri dell'adolescenza, hanno tentato di sviarci, ma abbiamo tenuto il timone fermo, guidati dalla luce di ciò che avevamo scelto di essere.
Quando Orso ci ha lasciati, nel pieno del nostro fiorire, ogni risata si è tinta di un dolore nuovo, ogni silenzio ha trovato un'eco in più. E ancora oggi, certe volte mi capita di voltarmi all’improvviso come se lo sentissi accanto, in cerca di quella protezione fraterna, di quella mano forte che una volta mi salvava dai pericoli della strada.
La perdita di Orso, se da un lato ci ha spogliati dell'illusione della giovinezza, gettandoci senza appello nel crudo teatro dell'età adulta, dall’altra ci ha regalato la sfida dell’eternità: quei bambini, che ancora siedono su una panchina dentro al cuore, sono custodi di un tesoro inestimabile.
E in quella sera fredda di gennaio, comprendemmo un segreto: l'amicizia è un fiume che scorre senza fine, mutando, evolvendosi, a volte ferendoci con la necessità crudele di cambiare. Ma sopravvive, come un faro incrollabile, guida sicura attraverso le burrasche.
Così, allontanandoci da quei giardini, ci stringemmo nel patto silenzioso di preservare il nostro tesoro più grande. L'amicizia, per noi, è ancora un gioco da ragazzi.