Cara Giulia,
tra qualche mese completerai il tuo percorso di laurea magistrale in Psicologia.

Non sai ancora con precisione quale indirizzo prenderai, quale professione sceglierai, dove ti porteranno gli studi e le esperienze che stai facendo.

Credo che questa incertezza, qualche volta, ti pesi.

A me, invece, non preoccupa.

La tua strada la troverai.

Non perché le cose si sistemino da sole. Non è mai stato così per me e tua madre, e probabilmente non lo sarà nemmeno per te.

La troverai perché ti ho vista cercare da quando eri bambina.

Sei sempre stata curiosa, attenta, piena di domande. Una dietro l’altra, spesso senza nemmeno aspettare che avessimo finito di rispondere alla precedente.

Volevi sapere come funzionavano le cose, perché accadevano, cosa si nascondeva dietro un comportamento, una parola, un’espressione.

Non ti bastava guardare.

Avevi bisogno di capire.

Forse la Psicologia era già lì, molto prima che decidessi di studiarla. Era nel tuo modo di osservare le persone, nella capacità di accorgerti di dettagli che agli altri sfuggivano, nell’attenzione per quello che veniva detto e, ancora di più, per quello che rimaneva in silenzio.

Oggi, mentre ti vedo avvicinarti alla conclusione di questo percorso, mi capita spesso di ripensare al tempo.

A quello che abbiamo vissuto insieme.

E a quello che, invece, ho perso.

Per molti anni il lavoro ha occupato una parte enorme della mia vita. Ho inseguito responsabilità, risultati, progetti. Ho viaggiato, fatto tardi, risposto al telefono in momenti in cui avrei dovuto spegnerlo.

Pensavo di costruire il nostro futuro.

Ed era vero.

Ma mentre cercavo di costruirlo, tu crescevi.

Ho perso una parte della tua infanzia e della tua adolescenza. È inutile cercare parole più comode, perché questa è la verità.

Ci sono stato, certo.

Ma non quanto avrei voluto.

E quello è un tempo che non potrò recuperare.

Del lavoro ricordo riunioni che allora sembravano decisive e che oggi non saprei nemmeno collocare. Ricordo problemi che mi tenevano sveglio la notte e che adesso non hanno più alcuna importanza.

Della tua infanzia, invece, ricordo soprattutto le cose piccole.

Le sere in cui ti facevo addormentare ascoltando la musica.

Tu sceglievi una canzone e, appena finiva, mi chiedevi di rimetterla.

«Ancora.»

E poi di nuovo.

Qualche volta pensavo che non ti saresti addormentata mai. Altre volte mi sembrava che stessi già dormendo, ma che volessi semplicemente essere sicura che io fossi ancora lì.

Non so quale delle due cose fosse vera.

So soltanto che oggi darei molto per tornare in una di quelle stanze, abbassare la luce e ascoltare con te ancora una volta la stessa canzone.

Allora mi sembravano momenti normali.

Non lo erano.

Le cose più importanti della vita hanno questa strana caratteristica: quasi mai si fanno riconoscere mentre stanno accadendo.

Non ci avvertono.

Non ci dicono che un giorno ci mancheranno.

Passano silenziosamente e solo dopo comprendiamo quanto valevano.

Forse diventare genitori significa anche questo: rendersi conto che, nonostante tutto l’amore e le migliori intenzioni, qualcosa si sbaglia sempre.

Io non posso cambiare il tempo che è passato.

Posso però riconoscerlo. E provare a vivere con maggiore consapevolezza quello che abbiamo davanti.

Quando penso a te oggi, penso anche alla scelta che facesti a diciotto anni.

Decidesti di andare a studiare fuori, scegliendo una città nuova, persone nuove, una quotidianità che avresti dovuto costruire da sola.

Non so quanto quella decisione fosse stata razionale e quanto, invece, rispondesse a un bisogno che hai sempre avuto: vedere, conoscere, sperimentare.

Vivere.

Non ti è mai bastato osservare il mondo da lontano. Hai sempre avuto bisogno di entrarci dentro, di incontrare persone diverse, di mettere alla prova ciò che pensavi di sapere e, qualche volta, anche te stessa.

Andare a Padova non ti ha dato tutte le risposte.

Probabilmente ti ha consegnato nuove domande.

Ed è giusto così.

Perché crescere non significa smettere di avere dubbi. Significa imparare ad attraversarli senza lasciare che siano gli altri a scegliere la direzione al posto tuo.

Forse qualcosa di questa necessità di partire arriva anche dalla nostra storia.

Io e tua madre veniamo da città diverse.

Siamo cresciuti in famiglie semplici, molto simili nel modo di guardare la vita. Famiglie in cui il lavoro, il rispetto, la responsabilità e la parola data avevano un significato preciso.

Non avevamo grandi privilegi né strade già preparate.

Dovevamo costruircele.

Per questo, in momenti diversi, partimmo entrambi.

Ci incontrammo a Dublino, lontano dalle nostre case, mentre stavamo ancora cercando di capire chi saremmo diventati.

Io ero arrivato con una laurea, una valigia e molte porte chiuse alle spalle. Nei primi tempi feci il lavapiatti. Non era il lavoro che avevo immaginato per me, ma era quello che avevo trovato.

Tua madre aveva lasciato la propria città per cercare, a modo suo, una strada.

Non ci incontrammo quando le nostre vite erano già sistemate.

Ci incontrammo mentre stavamo ancora costruendole.

Avevamo provenienze diverse, esperienze diverse e accenti diversi.

Ma avevamo gli stessi valori.

Ed è stato quello a unirci.

Non le passioni comuni.

Non i programmi.

Non una visione perfettamente definita del futuro.

I valori.

Con gli anni ho capito che sono proprio i valori a legare davvero le persone.

Le passioni possono cambiare. Le abitudini possono diventare diverse. Persino i sogni, qualche volta, prendono direzioni impreviste.

Ma quando riconosci nell’altro lo stesso modo di stare al mondo, nasce un legame più profondo.

Il rispetto per le persone.

La dignità del lavoro.

L’importanza di mantenere una promessa.

La capacità di aiutare senza doverlo raccontare.

Il senso della famiglia.

Il desiderio di migliorarsi senza sentirsi superiori.

La disponibilità a fare sacrifici senza trasformarli in una medaglia.

Sono questi i valori sui quali abbiamo costruito la nostra vita.

Non sempre bene.

Non senza errori.

Non senza paura.

Ma sono stati la nostra bussola nei momenti in cui non avevamo una mappa.

Ed è questo, più di ogni altra cosa, che io e tua madre abbiamo cercato di trasmetterti.

Non una professione da seguire.

Non una vita da replicare.

Non un modello al quale adeguarti.

Dei valori.

Perché il mondo proverà spesso a convincerti che ciò che conta è soprattutto quello che riesci a ottenere.

Il ruolo.

Il denaro.

Il consenso.

La visibilità.

Sono aspetti che possono avere importanza. Sarebbe ingenuo negarlo.

Ma non raccontano chi sei.

A farlo sarà il modo in cui tratterai una persona quando non avrai nulla da guadagnarci.

La serietà con cui ascolterai qualcuno che si affiderà a te.

Il rispetto che saprai conservare anche quando avrai ragione.

La capacità di non sentirti superiore, nemmeno quando diventerai molto brava.

L’umiltà non è pensare di valere poco.

È sapere quanto vali senza avere bisogno di dimostrarlo continuamente.

Il sacrificio non è cercare la sofferenza e nemmeno accettare tutto in silenzio.

È comprendere che le cose importanti richiedono tempo, disciplina e qualche rinuncia. Spesso senza applausi, senza risultati immediati e senza la certezza che tutto andrà come avevamo immaginato.

Ma c’è una cosa che vorrei dirti con chiarezza.

Non permettere mai che il sacrificio diventi rinuncia a vivere.

Io questo equilibrio non sempre sono riuscito a trovarlo.

Ho creduto a lungo che essere responsabili significasse esserci sempre per il lavoro. Oggi so che essere responsabili significa anche capire per chi e per che cosa valga davvero la pena esserci.

Il lavoro può dare dignità, soddisfazione, indipendenza.

Può diventare passione.

Ma non deve divorare tutto il resto.

Continua ad avere fame di vita.

Conosci persone.

Vai in posti nuovi.

Ascolta musica.

Leggi.

Sbaglia qualche strada.

Cambia idea.

Lasciati sorprendere.

Non permettere alla paura del futuro di portarti via il presente.

A diciotto anni sei partita perché avevi bisogno di fare esperienza del mondo. Conserva quel bisogno.

Non trasformare mai la prudenza in immobilità e nemmeno l’ambizione in una prigione.

Oggi non sai ancora esattamente quale sarà il tuo percorso nella Psicologia.

Non devi scusarti per questo.

Non devi avere fretta.

C’è una strana pressione, alla tua età, a dover sapere già tutto: quale lavoro fare, dove vivere, chi diventare, quale sia la scelta giusta.

La verità è che spesso la scelta giusta si riconosce soltanto dopo averla fatta.

Alcune strade si aprono camminando.

Altre si interrompono.

Qualcuna ti costringerà a tornare indietro.

Non sarà necessariamente tempo perso.

Io e tua madre arrivammo a Dublino pensando di cercare soprattutto un’occasione.

Trovammo molto di più.

Ci trovammo.

Per questo non ho un consiglio perfetto da consegnarti.

Ho soltanto alcune certezze.

Continua a fare domande.

Continua a osservare ciò che gli altri non vedono.

Continua a vivere con curiosità.

Non lasciare che la fretta degli altri diventi la misura dei tuoi tempi.

Non scegliere una strada soltanto perché sembra più sicura, prestigiosa o semplice da spiegare.

Scegli quella nella quale riuscirai a riconoscerti.

E quando ti sembrerà di non avere ancora una direzione, torna ai tuoi valori.

Saranno loro a dirti quali strade non fanno per te, ancora prima di indicarti quella giusta.

Io e tua madre saremo qui.

Non per evitarti ogni difficoltà. Sarebbe impossibile e forse anche sbagliato.

Saremo qui per ricordarti da dove vieni, soprattutto nei momenti in cui non saprai ancora dove stai andando.

La strada la troverai, Giulia.

Non perché te lo promette tuo padre.

Perché ti ho vista cercarla da sempre.

Da quando facevi domande su ogni cosa.

Da quando hai deciso di partire.

Da quando mi chiedevi di rimettere la stessa canzone.

Ancora una volta.

E poi ancora.

Con amore,

Papà