Ho scelto di costruire manoloquaglia.it come terreno di sperimentazione. Tra codice, errori e domande ho scoperto che la parte più interessante dell’AI non è ciò che può fare al posto nostro, ma ciò che può aiutarci a imparare.
Fino a qualche tempo fa guardavo l’intelligenza artificiale soprattutto con curiosità.
Leggevo, provavo qualche strumento, cercavo di capire quanto ci fosse di realmente nuovo dietro qualcosa di cui, improvvisamente, sembravano parlare tutti.
Poi quella curiosità ha cominciato a trasformarsi.
Ho iniziato a usare l’AI nel lavoro quotidiano: per analizzare informazioni, mettere ordine in un pensiero, confrontare alternative, lavorare su un testo, ragionare su un progetto.
Ma il passaggio più interessante è arrivato quando ho deciso di utilizzarla per fare qualcosa che non sapevo fare.
Costruire un sito.
Il mio.
La curiosità parte ancora dalle persone
Anche questa volta, però, non è successo tutto da solo.
Dietro molte delle domande che ho iniziato a farmi ci sono state delle persone.
Andrea Bellamio e Federico Quagliotto, in modi diversi, hanno alimentato la mia curiosità verso strumenti, linguaggi e possibilità che conoscevo ancora poco.
Conversazioni, confronti, qualche provocazione. Soprattutto quella sensazione che provo quando incontro qualcuno che sta osservando qualcosa da una prospettiva che ancora non possiedo: viene voglia di capire.
Non mi hanno semplicemente mostrato degli strumenti.
Mi hanno fatto venire voglia di esplorare un territorio che fino a quel momento osservavo da una certa distanza.
E poi ho iniziato a fare quello che faccio spesso quando qualcosa mi incuriosisce davvero: provare.
Fare domande.
Sbagliare.
Capire qualcosa.
Fare una domanda migliore.
E ricominciare.
Un sito come laboratorio
Quando ho deciso di costruire manoloquaglia.it non l’ho fatto per dimostrare di saper realizzare un sito.
E nemmeno per costruire una vetrina nella quale mettere in fila quello che ho fatto nella vita, i progetti ai quali ho partecipato o i libri che ho letto.
L’idea era molto più semplice.
Volevo un progetto concreto sul quale sperimentare.
Volevo capire fino a dove l’intelligenza artificiale potesse accompagnare una persona senza competenze di sviluppo nella costruzione di qualcosa che, fino a quel momento, avrebbe necessariamente affidato ad altri.
Così ho iniziato.
Prima la struttura. Poi le pagine, i testi, le immagini. Ho cominciato a capire come fossero organizzati i file, a mettere mano all’HTML e al CSS, a ragionare sulla navigazione, sulla versione mobile, sull’indicizzazione.
Fino a portarlo online.
Naturalmente ho sbagliato.
Molte volte.
Ho modificato qualcosa che funzionava perfettamente sul desktop per scoprire che sul telefono non funzionava più.
Ho risolto un problema e ne ho creato un altro.
Ho seguito indicazioni che sembravano convincenti e che, alla prova dei fatti, erano sbagliate.
Qualche volta l’intelligenza artificiale mi ha dato una risposta con grande sicurezza.
Ed era semplicemente una risposta sbagliata.
Paradossalmente, sono stati alcuni dei momenti nei quali ho imparato di più.
Perché dovevo fermarmi.
Capire.
Fare una domanda diversa.
Verificare.
Provare un’altra strada.
Non sono diventato uno sviluppatore.
E sarebbe presuntuoso pensarlo.
Ma oggi comprendo molto meglio ciò che c’è dietro un sito, riesco a dialogare con maggiore consapevolezza con chi possiede competenze tecniche molto superiori alle mie e ho imparato abbastanza da riuscire a trasformare alcune idee in qualcosa di reale.
Era esattamente ciò che volevo ottenere dall’esperimento.
Il sito non è stato il risultato dell’esperimento. È stato il luogo nel quale ho potuto fare l’esperimento.
Imparare mentre si fa
È qui che ho iniziato a vedere l’intelligenza artificiale in modo diverso.
Quando si parla di AI, si insiste molto sul tempo che permette di risparmiare.
Fare più velocemente un’analisi.
Produrre un testo.
Riassumere un documento.
Creare un’immagine.
Automatizzare un’attività.
Tutto vero.
Ma personalmente sto trovando molto più interessante un’altra possibilità.
Fare qualcosa che prima non ero in grado di fare e, mentre provo a farla, iniziare a comprenderla.
Potevo chiedere cosa significasse una riga di codice.
Perché una determinata soluzione non funzionasse.
Cosa avessi rotto modificando un file.
Quale fosse la differenza tra due approcci che, ai miei occhi, sembravano identici.
E potevo fare domande molto elementari senza preoccuparmi del fatto che fossero troppo elementari.
L’intelligenza artificiale, in quei momenti, non stava semplicemente lavorando al posto mio.
Stava rendendo più accessibile un percorso di apprendimento.
Non eliminava la fatica.
La spostava.
Perché ottenere una risposta in pochi secondi non significa averla capita.
E soprattutto non significa che quella risposta sia giusta.
Bisogna ancora osservare, verificare, collegare le informazioni e riconoscere quando qualcosa non torna.
L’intelligenza artificiale diventa davvero interessante quando non ci permette soltanto di fare prima ciò che sappiamo già fare, ma ci aiuta a imparare ciò che ancora non sappiamo fare.
Non mi interessa la gara tra uomini e macchine
Una delle domande più frequenti sull’intelligenza artificiale riguarda ciò che sostituirà.
Quali lavori scompariranno.
Quali attività verranno automatizzate.
Cosa farà una macchina meglio di una persona.
Sono domande importanti.
Ma non sono quelle che mi interessano di più.
Preferisco chiedermi:
che cosa decideremo di fare noi con le possibilità che questa tecnologia ci sta mettendo a disposizione?
Perché risparmiare tempo non significa necessariamente utilizzare meglio il tempo.
Se una tecnologia mi permette di produrre dieci analisi invece di cinque e io utilizzo il tempo liberato soltanto per produrne altre dieci, probabilmente sono diventato più produttivo.
Non è detto che sia diventato migliore nel mio lavoro.
Se invece quel tempo mi permette di comprendere meglio un problema, confrontarmi con qualcuno, ascoltare un cliente, formare una persona o mettere in discussione una decisione, allora cambia qualcosa di più interessante.
Il punto non è quanto riusciamo ad automatizzare.
È capire che cosa abbia senso automatizzare.
E cosa no.
Un dato corretto può non essere sufficiente
Nel mio lavoro lo vedo molto chiaramente.
Immaginiamo una persona che ci dica di percorrere ventimila chilometri l’anno con la propria automobile.
È un dato.
Possiamo inserirlo in un sistema, analizzarlo e costruire una proposta.
Poi iniziamo a parlare.
Scopriamo che quella persona sta per cambiare lavoro.
Che il nuovo ufficio sarà più lontano.
Che utilizza l’auto anche per accompagnare i figli.
Che vorrebbe passare all’elettrico, ma a casa non ha la possibilità di ricaricare.
Il dato iniziale non era sbagliato.
Era semplicemente insufficiente.
Una conversazione ne ha cambiato il significato.
E credo che qui continui a esserci una responsabilità precisa per chi lavora con le persone.
La tecnologia può elaborare molto bene quello che sappiamo.
Noi dobbiamo continuare a essere capaci di accorgerci di ciò che ancora non abbiamo chiesto.
La tecnologia può rendere le risposte più veloci. Non dovrebbe renderci meno curiosi.
“L’ha detto il sistema”
C’è poi una parola che considero ancora più importante.
Responsabilità.
Un sistema può suggerire una soluzione.
Può trovare una correlazione che non avevo visto.
Può costruire un’alternativa migliore della mia.
Può perfino evidenziare che la decisione che stavo per prendere non era quella più razionale.
Benissimo.
Ma quando una scelta produce conseguenze sulle persone, qualcuno deve continuare a poter spiegare perché è stata presa.
E qualcuno deve assumersene la responsabilità.
Non vorrei che:
“L’ha detto il sistema”
diventasse il nuovo modo per dire:
“Non dipende da me”.
Per anni abbiamo discusso della responsabilità di chi prende decisioni dentro organizzazioni complesse.
L’intelligenza artificiale non elimina quella domanda.
Semmai la rende più importante.
Più lo strumento diventa capace, più dobbiamo sapere quale parte della decisione gli stiamo affidando e quale parte continuiamo ad assumere noi.
Una frase perfetta che non mi appartiene
Lo sto sperimentando anche nella scrittura.
Capita che l’intelligenza artificiale mi proponga una frase formalmente impeccabile.
Corretta.
Ben costruita.
A volte perfino elegante.
Eppure la leggo e penso:
io questa frase non la direi mai.
Magari è troppo enfatica.
Troppo costruita.
Troppo sicura.
Oppure contiene una metafora nella quale semplicemente non mi riconosco.
Non c’è un errore grammaticale.
C’è qualcosa di più difficile da individuare.
Quella frase non mi appartiene.
E allora la cambio.
Anche questo piccolo esercizio mi sta insegnando qualcosa.
Più gli strumenti diventano capaci di produrre alternative, più aumenta l’importanza della nostra capacità di scegliere.
Riconoscere.
Scartare.
Correggere.
Dire: questo sì.
Questo no.
Questo è corretto, ma non rappresenta quello che penso.
Questo non sono io.
Forse una parte del valore umano non sarà più soltanto nella capacità di produrre.
Sarà nella capacità di distinguere.
Tornare principianti
C’è un’altra cosa che mi piace dell’esperienza che sto facendo.
Mi obbliga a tornare principiante.
Nel mio percorso professionale ho attraversato ambiti molto diversi: amministrazione e finanza, remarketing, operations, marketing, commerciale, sviluppo di nuovi business.
Ogni passaggio mi ha costretto a entrare in un linguaggio nuovo e a ricominciare a fare domande proprio quando avevo finalmente imparato qualche risposta.
L’intelligenza artificiale mi sta restituendo una sensazione simile.
Apre continuamente territori che non conosco.
Posso avvicinarmi al codice.
A strumenti che prima non utilizzavo.
A modi diversi di analizzare un problema.
Posso provare.
Ma soltanto a una condizione:
accettare di non sapere.
Credo che sia uno degli aspetti più preziosi della curiosità.
Non serve a dimostrare quante cose conosciamo.
Serve a ricordarci quante ancora non ne conosciamo.
Quello che continuerò a tenere dalla mia parte
Continuerò a utilizzare l’intelligenza artificiale.
Probabilmente sempre di più.
Le affiderò analisi, confronti, ricerche, bozze, attività ripetitive e tutto ciò che potrà aiutarmi a lavorare meglio.
La utilizzerò per esplorare idee e avvicinarmi a competenze che oggi non possiedo.
Continuerò anche a sbagliare usandola.
Fa parte dell’esperimento.
Ma ci sono alcune cose che vorrei continuare a tenere dalla mia parte.
Il giudizio con cui scelgo.
La responsabilità delle decisioni che prendo.
La capacità di riconoscere che un dato corretto può non raccontare ancora abbastanza.
Il tempo necessario per ascoltare una persona.
La curiosità di fare una domanda che nessuno mi ha suggerito.
E il diritto di dire che una risposta, anche quando sembra perfetta, non mi convince.
Perché anche dietro questa esperienza, ancora una volta, trovo delle persone.
Andrea.
Federico.
Conversazioni che hanno acceso delle domande.
Poi è arrivata la tecnologia, che mi ha permesso di inseguirle molto più lontano di quanto probabilmente avrei fatto da solo.
Forse è questo il rapporto con l’intelligenza artificiale che mi interessa costruire.
Non averne paura.
Non idealizzarla.
E soprattutto non utilizzarla per smettere di pensare.
La tecnologia può aprire una porta.
Ma molto spesso è ancora una persona a farci venire voglia di attraversarla.
Non so dove arriverà l’intelligenza artificiale.
E, in fondo, trovo molto più interessante non saperlo.
Voglio continuare a conoscerla, utilizzarla, sbagliare e capire fino a dove possa aiutarmi ad arrivare.
Senza trasformare la prudenza in paura.
E senza trasformare l’entusiasmo in delega.
Alla fine, forse, la domanda da farci non è soltanto:
“Può farlo l’intelligenza artificiale?”
Ma anche:
“Questa è una delle cose che voglio ancora fare io?”