Ho appena finito di leggere un libro che non ha niente a che fare con il business.
Si intitola Le ragazze, di Emma Cline. Racconta una setta nella California degli anni Sessanta, prendendo ispirazione dalla storia di Charles Manson.
Eppure, chiudendo l’ultima pagina, non riuscivo a smettere di pensare ad alcune dinamiche che ho visto anche nel mondo del lavoro. Non nei crimini, ovviamente. Non nella follia di quella storia.
Ma in quel bisogno fragile, profondamente umano, di essere visti.
Nel libro, la protagonista non si avvicina a quel gruppo perché travolta da una grande ideologia. Lo fa per un motivo molto più semplice, e proprio per questo più disarmante: per la prima volta nella sua vita, qualcuno sembra accorgersi davvero di lei.
Smette di essere la figlia trasparente di genitori distratti e diventa, almeno ai suoi occhi, necessaria.
E per quell’attenzione, per quel senso improvviso di appartenenza, è disposta a cedere pezzi sempre più grandi di sé: il pensiero critico, la libertà, persino la propria identità.
Sembra una dinamica lontana. Roba da romanzi, da cronaca nera, da mondi che non ci riguardano.
Ma siamo davvero sicuri che, in forme diverse, non accada anche altrove?
Penso a quanti professionisti brillanti, ogni giorno, finiscono per annullarsi dentro aziende tossiche o accanto a leader solo apparentemente carismatici.
Persone che accettano condizioni insostenibili, che calpestano i propri valori, che rinunciano al tempo, alla lucidità, alla vita fuori dall’ufficio.
In cambio di cosa?
Di un “Senior” davanti al ruolo. Di una pacca sulla spalla. Di una promessa vaga. Della sensazione di essere finalmente dentro il “cerchio giusto”.
Lo chiamano commitment. Lo chiamano spirito aziendale. A volte, con una certa disinvoltura, lo chiamano perfino famiglia.
Ma sotto certe parole eleganti si nasconde spesso qualcosa di molto meno nobile: la fame di approvazione. Il bisogno, enorme e umano, di sentirsi scelti.
Ed è proprio lì che si vede la differenza tra chi comanda e chi guida.
Il leader tossico quel bisogno lo intercetta subito. Lo annusa. Lo usa. Ti fa credere che fuori da quel perimetro tu non valga abbastanza. Ti offre un’identità, ma ti chiede in cambio obbedienza. Ti fa sentire speciale, purché tu smetta lentamente di essere libero.
La vera leadership, invece, fa l’opposto.
Un gruppo sano non ti chiede di annullarti per farne parte. Ti chiede di portare quello che sei. Anche le tue idee scomode. Anche il dissenso. Anche i tuoi limiti.
Si cresce nel confronto, non nella sottomissione.
La lealtà in azienda non nasce sfruttando le fragilità delle persone. Nasce dalla trasparenza, dalle promesse mantenute, dalla coerenza nei momenti difficili. Nasce quando chi guida non ha bisogno di creare dipendenza, perché sa costruire fiducia.
Le aziende non sono famiglie. E non dovrebbero mai somigliare a delle sette.
Sono comunità professionali. Ecosistemi. Luoghi dove persone libere scelgono, ogni giorno, di camminare nella stessa direzione.
E questa libertà va protetta.
Perché se per sentirti parte di un progetto devi smettere di essere te stesso, allora forse non hai trovato un leader.
Hai trovato solo qualcuno che ha imparato molto bene a farsi seguire.
E quando succede, meglio capirlo presto.
Poi alzarsi.
E andare via.