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Lascia un commentoDelitto e castigo
Leggi la bio dell'autoreRodion Romanovič Raskol’nikov è un giovane ex studente che vive a Pietroburgo in condizioni di povertà e isolamento.
È intelligente, orgoglioso e tormentato da un’idea.
Esistono uomini comuni, tenuti a rispettare le regole, e uomini straordinari che, in nome di uno scopo superiore, possono permettersi di oltrepassarle?
Raskol’nikov decide di mettere alla prova quella teoria.
Uccide una vecchia usuraia, convinto di poter giustificare il delitto attraverso il bene che potrebbe derivarne e attraverso la propria presunta superiorità morale.
Ma durante l’omicidio qualcosa sfugge al piano: viene uccisa anche Lizaveta, la sorella innocente della donna.
Da quel momento il romanzo non è più la storia di un crimine.
È la storia di ciò che accade dentro un uomo dopo averlo commesso.
Raskol’nikov cerca continuamente di difendere la propria teoria, ma il corpo, la paura, la coscienza e il rapporto con le altre persone cominciano a demolire ciò che aveva costruito razionalmente.
Intorno a lui si muovono figure decisive: Sonja Marmeladova, costretta dalla miseria a prostituirsi ma capace di conservare una profonda compassione; Porfirij Petrovič, l’investigatore che comprende progressivamente Raskol’nikov prima ancora di riuscire a dimostrarne la colpevolezza; e una serie di personaggi nei quali Dostoevskij mostra forme diverse di disperazione, egoismo, generosità e bisogno di essere salvati.
Perché è importante per me
In Delitto e castigo mi colpisce soprattutto una cosa.
Raskol’nikov non commette il delitto perché non possiede una morale.
Costruisce una teoria morale capace di giustificarlo.
Ed è forse questo a rendere il romanzo così potente.
Gli esseri umani non fanno sempre ciò che è sbagliato pensando di fare qualcosa di sbagliato.
Siamo anche molto bravi a costruire ragionamenti che rendano accettabile ciò che abbiamo già deciso di fare.
Troviamo una spiegazione.
Una necessità.
Uno scopo superiore.
Una ragione per cui, in quel caso particolare, la regola non dovrebbe valere per noi.
Raskol’nikov porta questo meccanismo all’estremo, ma il principio è molto più vicino alla vita quotidiana di quanto vorremmo ammettere.
Dostoevskij mette così davanti a una distinzione che considero fondamentale:
comprendere le ragioni di una scelta non significa cancellarne la responsabilità.
Possiamo spiegare un comportamento.
Possiamo comprendere la paura, il contesto, l’ambizione o la disperazione che lo hanno generato.
Ma rimane comunque qualcuno che ha scelto.
Ed è proprio nel tentativo di sottrarsi a questa evidenza che Raskol’nikov comincia a perdere se stesso.
Il castigo comincia prima della condanna
Il titolo potrebbe far pensare che prima venga il delitto e poi, attraverso la legge, il castigo.
Ma Dostoevskij racconta qualcosa di molto più interessante.
Il castigo comincia quasi immediatamente.
Prima dell’arresto.
Prima del processo.
Prima della sentenza.
Comincia dentro Raskol’nikov.
Nell’incapacità di continuare a essere l’uomo che credeva di essere.
Nella paura.
Nel bisogno di sapere quanto gli altri abbiano capito.
Nell’impossibilità di vivere normalmente accanto alle persone.
Il castigo non è quindi soltanto ciò che la società infligge a chi ha commesso un delitto.
È anche la distanza che si crea tra ciò che abbiamo fatto e l’immagine che avevamo di noi stessi.
E quella distanza può diventare molto difficile da abitare.
Sonja
Se Raskol’nikov rappresenta l’orgoglio della ragione portata fino al limite, Sonja sembra muoversi nella direzione opposta.
La sua vita è stata segnata dalla miseria e dall’umiliazione.
Eppure non costruisce una teoria per considerarsi superiore agli altri.
Non assolve Raskol’nikov.
Non ne cancella la responsabilità.
Rimane però accanto a lui.
Ed è una differenza enorme.
Dostoevskij non presenta la redenzione come la cancellazione di ciò che è accaduto.
Prima viene il riconoscimento.
Poi la responsabilità.
Solo allora può iniziare qualcosa di diverso.
Per questo il rapporto tra Raskol’nikov e Sonja è, per me, una delle parti più importanti del romanzo.
Non è qualcuno che gli dice che ciò che ha fatto non conta.
È qualcuno che continua a riconoscere l’uomo anche quando quell’uomo deve finalmente riconoscere ciò che ha fatto.
La teoria dell’uomo straordinario
Raskol’nikov crede che alcune persone abbiano il diritto di oltrepassare le regole perché capaci di produrre qualcosa di più grande.
È una teoria seducente.
Soprattutto perché permette di trasformare l’ambizione in una specie di autorizzazione morale.
Ma contiene una domanda che continua a essere attuale:
chi decide di essere straordinario?
Quasi sempre, chi vuole attribuirsi quel diritto deve prima convincere se stesso di possederlo.
Ed è qui che l’idea diventa pericolosa.
Quando iniziamo a considerarci un’eccezione, qualsiasi limite rischia di apparirci come qualcosa costruito per gli altri.
Nel lavoro.
Nel potere.
Nelle relazioni.
Nella politica.
La responsabilità comincia anche dalla capacità di riconoscere che le regole che pretendiamo dagli altri devono continuare a interrogarci quando riguardano noi.
Ciò che mi rimane
Ogni volta che penso a Delitto e castigo torno al rapporto tra libertà e responsabilità.
Raskol’nikov vuole dimostrare di essere libero.
Di non essere vincolato dalla morale comune.
Di appartenere alla categoria di uomini capaci di decidere da soli ciò che è lecito.
Ma proprio quella scelta finisce per renderlo prigioniero.
Della paura.
Del segreto.
Della propria teoria.
Di se stesso.
Dostoevskij sembra ricordarmi che la libertà non consiste semplicemente nella possibilità di oltrepassare un limite.
Qualche volta è esattamente il contrario.
È essere abbastanza liberi da riconoscere un limite anche quando avremmo tutto l’interesse a fingere che non esista.
E soprattutto essere disposti ad assumersi le conseguenze quando decidiamo di superarlo.
"Il momento più pericoloso non è sempre quello in cui sappiamo di fare qualcosa di sbagliato. È quello in cui siamo diventati abbastanza bravi da convincerci che, nel nostro caso, sia giusto farlo."