Per me Dostoevskij non è semplicemente uno degli autori più importanti della letteratura. È l’autore al quale torno più spesso.
Quello che continua a costringermi a fermarmi su domande che non hanno una risposta semplice.
Libertà, colpa, fede, responsabilità, orgoglio, umiliazione, desiderio, violenza, bisogno di essere amati. Nei suoi romanzi tutto convive, spesso nella stessa persona. Ed è probabilmente questo che mi affascina di più.
Dostoevskij non costruisce uomini buoni e uomini cattivi. Costruisce esseri umani capaci di essere entrambe le cose, qualche volta nello spazio di poche pagine.
Una vita, una scrittura
Nato a Mosca nel 1821, conobbe molto presto la parte più dura della propria epoca. Nel 1849 venne arrestato per la partecipazione al circolo Petrashevskij, condannato a morte e portato davanti al plotone di esecuzione. Quando tutto sembrava ormai finito, la pena venne commutata.
Seguirono gli anni di lavori forzati in Siberia e il servizio militare.
Non considero questi passaggi semplici episodi biografici. Entrano profondamente nella sua scrittura.
Dopo aver conosciuto la prigionia, la paura della morte, la povertà, la malattia e la dipendenza dal gioco, Dostoevskij continua a interrogarsi su ciò che rimane di un uomo quando vengono meno le certezze con cui normalmente si protegge.
I suoi personaggi raramente sanno davvero perché fanno ciò che fanno. Si contraddicono. Mentono agli altri e a se stessi. Desiderano una cosa e ne fanno un’altra.
Cercano la libertà e poi costruiscono le proprie prigioni. Vogliono essere amati e feriscono proprio le persone dalle quali vorrebbero esserlo.
La nostra modernità
In questo senso li sento incredibilmente moderni. Non perché Dostoevskij abbia anticipato il nostro tempo, ma perché ha compreso qualcosa che il tempo non ha modificato: l’essere umano non è lineare.
Possiamo essere intelligenti e irrazionali. Generosi ed egoisti. Coraggiosi e vigliacchi. Capaci di amare e, nello stesso momento, di distruggere ciò che amiamo.
- — Ne Le memorie del sottosuolo questa contraddizione diventa quasi una dichiarazione di guerra contro l’idea che l’uomo possa essere spiegato soltanto attraverso la ragione.
- — In Delitto e castigo la domanda non riguarda soltanto un omicidio, ma ciò che accade quando un uomo decide di considerarsi autorizzato a superare un limite.
- — Ne L’idiota la bontà entra in un mondo che spesso non sa cosa farsene.
- — Ne I demoni le idee diventano potere e il potere può trasformarsi in fanatismo.
- — Ne I fratelli Karamazov fede, dubbio, libertà e responsabilità arrivano probabilmente al loro punto più profondo.
Perché continuo a leggerlo
Ogni volta che torno a Dostoevskij ritrovo una domanda diversa.
A vent’anni leggevo soprattutto i personaggi. Con il passare degli anni ho iniziato a vedere di più le loro contraddizioni. Poi le responsabilità. E infine qualcosa di ancora più difficile: la possibilità di riconoscere in loro parti di noi che preferiremmo attribuire soltanto agli altri.
Forse è questo il motivo per cui continua a essere il mio autore preferito.
Non mi rassicura. Non semplifica. Non offre formule. Non cerca di spiegare come dovremmo vivere.
Ci mette davanti alla complessità di essere uomini e ci lascia lì, senza proteggerci troppo. E ogni volta che penso di avere capito qualcosa dei suoi libri, qualche anno dopo torno sulle stesse pagine e scopro che erano cambiate.
Naturalmente non erano cambiate loro. Ero cambiato io.
È forse questo, per me, il segno più evidente di un grande autore. Non finiamo mai davvero di leggerlo.
La frase che porto con me
"Vincere se stessi, prima di pretendere di cambiare il mondo."
Non perché Dostoevskij offra una ricetta morale semplice. Al contrario.
Perché nei suoi libri la libertà non coincide quasi mai con il poter fare tutto ciò che vogliamo. Comincia nel momento molto più difficile in cui diventiamo capaci di guardarci senza alibi e assumerci la responsabilità di ciò che scegliamo.
Ed è probabilmente questa la domanda di Dostoevskij alla quale continuo a tornare:
Quanto siamo davvero liberi, se non siamo capaci di governare noi stessi?