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Lascia un commentoL’idiota
Leggi la bio dell'autoreIl principe Lev Nikolaevič Myškin torna in Russia dopo alcuni anni trascorsi in Svizzera per curare l’epilessia.
Non possiede ricchezze, non conosce bene le regole della società nella quale sta entrando e soprattutto ha qualcosa che lo rende immediatamente diverso dagli altri: guarda le persone senza il sistema di difese, convenienze e sospetti con cui gli adulti hanno imparato a guardarsi.
È sincero.
Compassionevole.
Incapace di utilizzare le fragilità degli altri per ottenere un vantaggio.
Ed è proprio per questo che molti lo considerano un idiota.
Il suo incontro con Nastas’ja Filippovna, donna bellissima e profondamente ferita da una storia di abuso e umiliazione, lo trascina dentro un intreccio di amore, pietà, desiderio e gelosia nel quale entra anche Parfën Rogožin, dominato da una passione possessiva e distruttiva.
Accanto a loro c’è Aglaja Epančina, giovane donna attratta da Myškin ma incapace, come gli altri, di comprenderlo fino in fondo.
Dostoevskij mette così una persona radicalmente diversa dentro una società dominata da denaro, reputazione, desiderio, orgoglio e apparenza.
E osserva cosa succede.
Perché è importante per me
Myškin mi interessa perché mette in crisi un’equazione che utilizziamo molto più spesso di quanto ammettiamo:
essere buoni significa essere deboli.
Nel mondo che incontra, la sua disponibilità ad ascoltare viene interpretata come ingenuità.
La sincerità come incapacità di capire.
La compassione come fragilità.
E perfino il tentativo di non giudicare immediatamente gli altri finisce per renderlo sospetto.
Dostoevskij costruisce così un personaggio che non riesce facilmente a trovare il proprio posto proprio perché non accetta molte delle regole non scritte che rendono possibile appartenere a quel mondo.
È una domanda che trovo molto interessante.
Quanto siamo capaci di restare fedeli a un modo di essere quando intorno a noi quel comportamento viene considerato poco utile, poco conveniente o addirittura stupido?
E soprattutto: è possibile restare buoni senza diventare incapaci di proteggere se stessi e le persone alle quali vogliamo bene?
Myškin non offre una risposta semplice.
Ed è proprio questo a renderlo così umano.
Non basta avere buone intenzioni
Una delle cose più scomode del romanzo è che Dostoevskij non trasforma Myškin in un santo capace di risolvere la vita degli altri.
La sua compassione è autentica.
Ma non sempre basta.
Vuole aiutare Nastas’ja.
Vuole comprenderla.
Vorrebbe salvarla dal giudizio che lei stessa ha imparato a rivolgere contro di sé.
Eppure non riesce a impedirne la distruzione.
Questo, per me, è uno dei punti più forti del libro.
Possiamo voler bene a qualcuno.
Possiamo comprenderne le ferite.
Possiamo essere disponibili a rimanere.
Ma non sempre possiamo salvarlo.
E riconoscere questo limite non significa amare meno.
Significa accettare che anche la cura, la generosità e la presenza possiedono un confine.
Nastas’ja Filippovna
Nastas’ja è forse uno dei personaggi più dolorosi di Dostoevskij.
È stata ferita e umiliata, ma ha finito per incorporare una parte dello sguardo di chi l’ha ferita.
Sa di valere molto più del ruolo nel quale gli altri l’hanno rinchiusa.
E contemporaneamente sembra non riuscire a credere di meritare davvero una vita diversa.
Respinge ciò che potrebbe salvarla e torna verso ciò che può distruggerla.
È facile osservare un comportamento del genere dall’esterno e chiedersi perché una persona continui a scegliere ciò che le fa male.
Dostoevskij ci costringe invece a guardare qualcosa di più difficile:
una ferita può diventare parte dell’identità di chi l’ha subita.
E quando questo accade, uscire dal dolore non significa soltanto cambiare vita.
Può significare dover imparare nuovamente chi siamo.
Rogožin e il possesso
Rogožin ama Nastas’ja.
O almeno chiama amore ciò che prova.
Ma il suo sentimento contiene qualcosa che progressivamente diventa più forte dell’amore stesso:
il bisogno di possedere.
Non riesce ad accettare che la persona desiderata possa essere libera anche di scegliere qualcun altro.
Ed è qui che Dostoevskij mostra una distinzione ancora oggi fondamentale.
Volere intensamente qualcuno non significa necessariamente amarlo.
L’amore riconosce l’altro come persona.
Il possesso lo trasforma in qualcosa che deve appartenerci.
La distanza tra le due cose può essere enorme.
Essere chiamato idiota
Il titolo è molto più importante di quanto possa sembrare.
Myškin viene considerato un idiota perché non reagisce come gli altri si aspettano.
Non cerca continuamente di difendere la propria posizione.
Non utilizza l’ironia per umiliare.
Non approfitta immediatamente delle debolezze che riconosce.
Non costruisce una versione di sé più conveniente da mostrare agli altri.
Ed è interessante che proprio queste caratteristiche vengano interpretate come mancanza di intelligenza.
Forse perché siamo abituati ad associare l’intelligenza alla capacità di ottenere qualcosa.
Capire gli altri per anticiparli.
Leggere una situazione per trarne vantaggio.
Sapere quando parlare e quando tacere.
Myškin sembra utilizzare invece la propria sensibilità soprattutto per comprendere.
Non per vincere.
E questo lo rende quasi incomprensibile agli occhi di chi gli sta intorno.
Una riflessione
Essere diversi da ciò che un ambiente premia non significa necessariamente essere sbagliati. Ma restare fedeli a se stessi può avere un prezzo molto più alto di quanto immaginiamo.
Ciò che mi rimane
Se Memorie del sottosuolo mi porta dentro l’orgoglio di chi si sente separato dagli altri e Delitto e castigo dentro la responsabilità di chi si considera autorizzato a oltrepassare un limite, L’idiota pone quasi la domanda opposta.
Che cosa succede se proviamo a stare nel mondo senza usare continuamente gli strumenti con cui il mondo ci insegna a proteggerci?
Myškin non è perfetto.
La sua bontà non risolve le cose.
Non impedisce il dolore.
Non salva automaticamente le persone.
E forse proprio per questo il romanzo è molto più interessante di una semplice celebrazione della bontà.
Dostoevskij sembra chiedere se sia possibile conservare una forma di innocenza dopo avere conosciuto davvero l’essere umano.
Non ingenuità.
Innocenza.
La capacità di vedere il male senza convincersi che, per sopravvivere, sia necessario diventargli simili.
È una domanda enorme.
E non sono sicuro che Dostoevskij dia una risposta.
Forse è proprio per questo che continuo a tornare ai suoi libri.
"Che cosa succede se proviamo a stare nel mondo senza usare continuamente gli strumenti con cui il mondo ci insegna a proteggerci?"