Dicker costruisce romanzi nei quali il lettore crede continuamente di avere finalmente capito cosa sia successo.
Poi sposta un dettaglio. Cambia il punto di vista. Riporta indietro il tempo. E ciò che sembrava certo diventa improvvisamente soltanto una delle versioni possibili.
È questo che mi interessa soprattutto nei suoi libri: non tanto il meccanismo del giallo in sé, quanto la distanza tra i fatti e il racconto che costruiamo intorno ai fatti.
Una persona può apparire colpevole.
Una famiglia perfetta.
Un matrimonio felice.
Un’indagine conclusa.
Una carriera di successo.
Poi basta guardare più a lungo e iniziano ad apparire le crepe.
Dicker lavora molto anche sul tempo. Il passato non è mai veramente chiuso. Torna perché qualcuno ha mentito, perché qualcosa è stato interpretato male o semplicemente perché, molti anni dopo, una persona riesce finalmente a vedere ciò che allora non era stata capace di riconoscere.
E poi c’è la scrittura stessa.
Soprattutto nei romanzi legati a Marcus Goldman e ne L’enigma della camera 622, Dicker porta dentro la storia anche chi racconta, ricordandoci che tra ciò che è accaduto e ciò che leggiamo esiste sempre qualcuno che ha scelto come raccontarlo.
Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985 e si è laureato in diritto. La verità sul caso Harry Quebert, pubblicato originariamente nel 2012 e in Italia nel 2013, lo ha imposto a livello internazionale e ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Prix Goncourt des Lycéens.
Nella mia Biblioteca lo associo soprattutto a questa domanda:
«Quanto siamo sicuri di conoscere una storia, quando conosciamo soltanto la versione che ci è stata raccontata?»