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Identità e Appartenenza
Abbiamo una tendenza naturale a semplificare le persone.
Buono.
Cattivo.
Generoso.
Egoista.
Affidabile.
Inaffidabile.
Categorie comode.
Ma quasi nessuno è davvero una sola cosa.
Possiamo essere generosi in un momento e profondamente egoisti in un altro.
Coraggiosi in alcune situazioni e impauriti in altre.
Lucidi sul lavoro e confusi nelle relazioni.
La contraddizione non è necessariamente una patologia da eliminare.
È spesso parte della nostra identità.
Medardo diventa paradossalmente meno umano proprio quando ciascuna delle sue metà è perfettamente coerente.
Una è soltanto cattiva.
L’altra soltanto buona.
L’uomo intero è più difficile.
Perché deve convivere con entrambe.
Sarebbe stato troppo semplice.
Anche il Buono diventa insopportabile.
Vuole continuamente salvare.
Correggere.
Fare il bene degli altri.
Ma non sempre gli altri desiderano essere salvati nel modo in cui noi abbiamo deciso per loro.
È una distinzione che considero importante.
Avere buone intenzioni non significa automaticamente rispettare la libertà di chi abbiamo davanti.
Anche il bene, quando pretende di sapere sempre ciò che è giusto per gli altri, può diventare una forma di invasione.
La paura.
La rabbia.
L’ambizione.
L’egoismo.
Le fragilità.
Ma forse maturare non significa amputarle.
Significa conoscerle abbastanza da non lasciare che decidano da sole.
Il Medardo ricomposto non diventa perfetto.
Torna semplicemente intero.
E questa mi sembra una differenza enorme.
Ma dietro la cannonata c’è una domanda che continua a riguardarci.
Quanto siamo disposti ad accettare di essere contraddittori?
Forse passiamo una parte della vita cercando una coerenza assoluta.
Poi scopriamo che essere coerenti non significa essere sempre uguali.
Possiamo cambiare idea.
Scoprire una parte nuova di noi.
Accorgerci che una certezza che avevamo difeso per anni non ci rappresenta più.
Non siamo meno autentici per questo.
Forse siamo semplicemente più completi.
Serie I nostri antenati · volume 1 di 3
Il visconte dimezzato
Leggi la bio dell'autore
Avevi lasciato qui la lettura.
Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Durante la guerra contro i Turchi, il giovane visconte Medardo di Terralba viene colpito in pieno da una cannonata.
Del suo corpo viene recuperata soltanto una metà.
Sopravvive.
Quando torna a Terralba, però, quella metà sembra contenere soltanto la parte peggiore di lui.
È crudele.
Divide tutto ciò che incontra.
Condanna.
Ferisce.
Distrugge.
È il Gramo.
Poi si scopre che anche l’altra metà di Medardo è sopravvissuta.
Quella parte sembra essere il contrario assoluto.
Generosa.
Compassionevole.
Disposta ad aiutare chiunque.
È il Buono.
Ma presto anche la bontà assoluta diventa insopportabile.
Il Buono interviene continuamente nella vita degli altri, pretende di correggere, soccorrere e migliorare ogni cosa.
Le due metà finiscono così per mostrare che l’uomo non diventa completo semplicemente eliminando una parte di sé.
Solo quando Medardo può tornare a essere uno — imperfetto, contraddittorio, capace di bene e di male — può tornare davvero a vivere tra gli altri.
Treccani legge proprio questa divisione come una delle grandi immagini calviniane dell’uomo contemporaneo, scisso e incompleto.
Del suo corpo viene recuperata soltanto una metà.
Sopravvive.
Quando torna a Terralba, però, quella metà sembra contenere soltanto la parte peggiore di lui.
È crudele.
Divide tutto ciò che incontra.
Condanna.
Ferisce.
Distrugge.
È il Gramo.
Poi si scopre che anche l’altra metà di Medardo è sopravvissuta.
Quella parte sembra essere il contrario assoluto.
Generosa.
Compassionevole.
Disposta ad aiutare chiunque.
È il Buono.
Ma presto anche la bontà assoluta diventa insopportabile.
Il Buono interviene continuamente nella vita degli altri, pretende di correggere, soccorrere e migliorare ogni cosa.
Le due metà finiscono così per mostrare che l’uomo non diventa completo semplicemente eliminando una parte di sé.
Solo quando Medardo può tornare a essere uno — imperfetto, contraddittorio, capace di bene e di male — può tornare davvero a vivere tra gli altri.
Treccani legge proprio questa divisione come una delle grandi immagini calviniane dell’uomo contemporaneo, scisso e incompleto.
Perché è importante per me
Non siamo una sola cosa
È questo il punto che trovo più interessante.Abbiamo una tendenza naturale a semplificare le persone.
Buono.
Cattivo.
Generoso.
Egoista.
Affidabile.
Inaffidabile.
Categorie comode.
Ma quasi nessuno è davvero una sola cosa.
Possiamo essere generosi in un momento e profondamente egoisti in un altro.
Coraggiosi in alcune situazioni e impauriti in altre.
Lucidi sul lavoro e confusi nelle relazioni.
La contraddizione non è necessariamente una patologia da eliminare.
È spesso parte della nostra identità.
Medardo diventa paradossalmente meno umano proprio quando ciascuna delle sue metà è perfettamente coerente.
Una è soltanto cattiva.
L’altra soltanto buona.
L’uomo intero è più difficile.
Perché deve convivere con entrambe.
Anche la bontà può invadere
Trovo molto intelligente che Calvino non renda problematica soltanto la metà cattiva.Sarebbe stato troppo semplice.
Anche il Buono diventa insopportabile.
Vuole continuamente salvare.
Correggere.
Fare il bene degli altri.
Ma non sempre gli altri desiderano essere salvati nel modo in cui noi abbiamo deciso per loro.
È una distinzione che considero importante.
Avere buone intenzioni non significa automaticamente rispettare la libertà di chi abbiamo davanti.
Anche il bene, quando pretende di sapere sempre ciò che è giusto per gli altri, può diventare una forma di invasione.
Ricomporre, non eliminare
Crescendo possiamo essere tentati di liberarci delle parti di noi che non ci piacciono.La paura.
La rabbia.
L’ambizione.
L’egoismo.
Le fragilità.
Ma forse maturare non significa amputarle.
Significa conoscerle abbastanza da non lasciare che decidano da sole.
Il Medardo ricomposto non diventa perfetto.
Torna semplicemente intero.
E questa mi sembra una differenza enorme.
Una riflessione: Diventare interi non significa eliminare le parti di noi che preferiremmo non avere. Significa imparare a riconoscerle senza lasciare che una sola parte pretenda di essere tutto ciò che siamo.
Ciò che mi rimane
Il visconte dimezzato ha la forma di una fiaba.Ma dietro la cannonata c’è una domanda che continua a riguardarci.
Quanto siamo disposti ad accettare di essere contraddittori?
Forse passiamo una parte della vita cercando una coerenza assoluta.
Poi scopriamo che essere coerenti non significa essere sempre uguali.
Possiamo cambiare idea.
Scoprire una parte nuova di noi.
Accorgerci che una certezza che avevamo difeso per anni non ci rappresenta più.
Non siamo meno autentici per questo.
Forse siamo semplicemente più completi.
"Non diventiamo più interi scegliendo quale metà di noi meriti di sopravvivere. Lo diventiamo quando impariamo ad assumerci la responsabilità di entrambe."
Serie I nostri antenati · volume 1 di 3
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