Calvino mi interessa perché riesce a prendere domande molto serie sull’identità, sulla libertà e sul modo di stare con gli altri e affidarle a storie apparentemente leggere, quasi fiabe, senza renderle per questo meno profonde.
Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las Vegas, a Cuba, da genitori italiani. Due anni dopo la famiglia torna in Italia e si stabilisce a Sanremo. Durante la guerra partecipa alla Resistenza nelle Alpi Marittime; quell’esperienza entrerà nella sua prima stagione narrativa, a partire da Il sentiero dei nidi di ragno. Dopo la guerra si trasferisce a Torino, lavora a lungo con Einaudi e diventa una delle figure centrali della letteratura italiana del secondo Novecento.
Quello che mi affascina di Calvino è la precisione con cui costruisce l’impossibile.
Un uomo tagliato esattamente in due.
Un ragazzo che sale su un albero e decide di non scendere mai più.
Un cavaliere che esiste soltanto dentro un’armatura vuota.
Potrebbero sembrare semplici invenzioni fantastiche.
In realtà sono modi molto concreti per interrogarsi su di noi.
Quanto possiamo vivere divisi tra parti opposte?
Quanto possiamo allontanarci dagli altri senza smettere di appartenere al mondo?
Quanto della nostra identità dipende da ciò che siamo e quanto dal ruolo che continuiamo a interpretare?
Tra il 1952 e il 1959 Calvino scrive Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, poi riuniti nel 1960 sotto il titolo I nostri antenati. Tre storie inverosimili ambientate in epoche lontane che diventano, proprio grazie alla distanza della fiaba, riflessioni sulla condizione dell’uomo contemporaneo.
Mi piace soprattutto questo modo di procedere.
Calvino non appesantisce la domanda per dimostrare quanto sia importante.
Fa quasi il contrario.
La alleggerisce.
La mette sopra un albero.
La divide con una cannonata.
Le fa indossare un’armatura vuota.
Poi lascia che sia il lettore a scoprire quanto quella situazione assurda gli assomigli.
È una qualità che sento molto vicina anche al mio modo di intendere le storie: non sempre abbiamo bisogno di spiegare una cosa direttamente perché arrivi più in profondità.
“Medardo deve ricomporre le parti in cui è stato diviso. Cosimo deve trovare la distanza dalla quale poter restare fedele a se stesso senza uscire dal mondo. Due storie fantastiche per due domande molto concrete: come diventare interi e come diventare liberi.”
Volume conclusivo
“Calvino mi ricorda che la leggerezza non è superficialità. A volte è semplicemente il modo più preciso per avvicinarsi a una domanda senza schiacciarla sotto troppe spiegazioni.”