La quarta verità
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Natura Umana e Potere

La quarta verità

di Iain Pears (1997) • 4 minuti di lettura
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Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Oxford, 1663. Robert Grove, docente del New College, viene trovato morto in circostanze misteriose. Del delitto viene accusata Sarah Blundy, una giovane domestica destinata alla condanna e all’impiccagione. La vicenda viene ricostruita attraverso quattro testimonianze. Marco da Cola è un gentiluomo veneziano interessato alla medicina e alle nuove possibilità della scienza. Jack Prestcott è un giovane coinvolto nelle conseguenze politiche della guerra civile. John Wallis è un matematico, teologo e crittografo vicino al potere. Anthony Wood è uno studioso e antiquario di Oxford. Tutti raccontano gli stessi avvenimenti. Ognuno sostiene di dire la verità. Ma le loro versioni si contraddicono, si correggono e si accusano reciprocamente. Il lettore è così costretto a ripercorrere gli stessi fatti più volte, osservandoli da prospettive diverse, fino a scoprire che soltanto uno dei quattro narratori è capace di restituire l’intera verità. Il delitto diventa il centro di una trama più ampia, nella quale si intrecciano scienza, religione, medicina, potere e politica. L’Inghilterra sta cercando un nuovo equilibrio dopo la guerra civile e anche la conoscenza sta cambiando: l’osservazione e l’esperimento cominciano a mettere in discussione verità tramandate per secoli.

Perché è importante per me

La quarta verità non racconta soltanto un omicidio.

Racconta quanto sia difficile distinguere ciò che è accaduto dal modo in cui le persone scelgono di ricordarlo.

I quattro protagonisti osservano gli stessi eventi, ma ciascuno li attraversa portando con sé ambizioni, paure, convinzioni e interessi personali. Non mentono necessariamente in ogni momento. Alcuni credono davvero nella versione che stanno raccontando.

È questo l’aspetto che trovo più interessante.

Siamo abituati a pensare alla verità come a qualcosa di preciso, immobile, capace di imporsi da sola. Ma tra ciò che accade e ciò che viene raccontato entrano sempre le persone.

Entrano il ruolo che ricoprono, ciò che desiderano proteggere, la reputazione che temono di perdere e il bisogno di attribuire agli eventi un significato che renda sopportabili anche le proprie scelte.

Nel lavoro accade spesso qualcosa di simile.

Uno stesso problema può essere raccontato in modo molto diverso da chi guarda i numeri, da chi gestisce i processi, da chi incontra il cliente o da chi deve assumersi la responsabilità finale della decisione.

Ogni prospettiva può contenere una parte di verità.

La difficoltà è non scambiare quella parte per il quadro completo.

Una riflessione

La verità non cambia perché viene osservata da persone diverse. Cambia il frammento che ciascuno riesce, o sceglie, di vedere.

Ascoltare più versioni non significa rinunciare alla possibilità che esista una verità.

Significa riconoscere che per raggiungerla dobbiamo attraversare anche le omissioni, gli interessi e le contraddizioni di chi racconta.

A volte una persona mente per proteggersi.

Altre volte racconta sinceramente ciò che ricorda, senza rendersi conto di avere escluso proprio il particolare capace di modificare l’intera vicenda.

La responsabilità comincia quando smettiamo di utilizzare la nostra prospettiva come prova sufficiente.

Quando accettiamo che una convinzione, per quanto forte, possa ancora essere incompleta.

Il passaggio che resta

La struttura del romanzo obbliga il lettore a cambiare continuamente posizione.

Quando termina la prima testimonianza, sembra di avere compreso la storia. La seconda incrina quella certezza. La terza modifica ancora il significato degli stessi gesti. La quarta costringe a rileggere mentalmente tutto ciò che era accaduto prima.

È una lezione importante anche fuori dalla letteratura.

Cambiare idea non significa necessariamente avere giudicato male.

Può significare avere finalmente ricevuto un elemento che prima non conoscevamo.

Il problema nasce quando difendiamo una versione non perché sia ancora la più credibile, ma perché ormai è diventata parte della nostra identità. Riconoscere una nuova verità significherebbe ammettere di avere sostenuto, deciso o giudicato sulla base di una conoscenza incompleta.

Eppure la consapevolezza non si misura dalla coerenza con cui difendiamo ciò che abbiamo sempre pensato.

Si misura dalla disponibilità a cambiare posizione quando i fatti ce lo chiedono.

Il rapporto tra verità e potere

Nel romanzo non tutti hanno la stessa possibilità di imporre la propria versione.

Alcuni personaggi possiedono prestigio, relazioni e accesso alle istituzioni. Altri hanno soltanto la propria voce. Una testimonianza non viene quindi giudicata esclusivamente per ciò che contiene, ma anche per il ruolo e l’autorità di chi la pronuncia.

È un meccanismo che continua a essere attuale.

Le persone potenti non controllano sempre i fatti.

Molto spesso controllano il modo in cui quei fatti verranno raccontati, archiviati e ricordati.

Per questo la ricerca della verità richiede anche il coraggio di ascoltare chi non possiede gli strumenti per renderla conveniente, autorevole o facilmente accettabile.

"La nostra versione dei fatti può essere sincera senza essere completa. La verità comincia spesso dove termina la nostra prospettiva."