I fiori del male
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Libertà e Limite
Edizione in Biblioteca: Superclassici · BUR (1998) · Introduzione di Giovanni Macchia

I fiori del male

di Charles Baudelaire (1893) • 5 minuti di lettura
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Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
La prima edizione uscì nel 1857. Poche settimane dopo Baudelaire e i suoi editori furono processati per oltraggio alla morale pubblica e sei poesie vennero condannate alla soppressione. Nel 1861 Baudelaire pubblicò una seconda edizione profondamente rielaborata e ampliata.

I fiori del male non racconta una storia nel senso tradizionale. Racconta piuttosto un conflitto. Quello tra ciò che l’uomo desidera essere e ciò che continuamente scopre dentro di sé.

Baudelaire attraversa amore, eros, noia, morte, città, peccato, bellezza, disgusto, solitudine, viaggio, ribellione. Al centro c’è soprattutto la tensione tra Spleen e Ideale.

Da una parte il desiderio di elevarsi, trovare una forma di bellezza capace di sottrarre l’uomo alla banalità della vita. Dall’altra il peso dell’esistenza. La noia. La malinconia. Il corpo. Il tempo. La consapevolezza della morte.

Baudelaire non sceglie una delle due parti. Rimane continuamente nello spazio che le separa. E forse è proprio lì che nasce la forza del libro.

Perché è importante per me

Questo libro appartiene per me alle letture della giovinezza. E credo che questo cambi inevitabilmente il modo in cui lo ricordo.

Da giovane non potevo certamente comprendere tutto Baudelaire. Alcune immagini erano immediate. Altre molto meno. C’erano parole, riferimenti e pensieri che appartenevano a un’esperienza della vita che ancora non avevo.

Ma qualcosa arrivava comunque. La sensazione che la poesia potesse parlare anche di ciò che non era ordinato. Che la bellezza non dovesse necessariamente coincidere con ciò che era rassicurante. Che una pagina potesse contenere contemporaneamente attrazione e disagio.

È una cosa che ho ritrovato successivamente in molti degli autori che sono diventati importanti nella mia Biblioteca. Dostoevskij nelle contraddizioni dell’uomo. McCarthy nel rapporto tra bellezza e violenza. Bulgakov nella possibilità di utilizzare il fantastico per raccontare ciò che la realtà preferirebbe nascondere.

Baudelaire era arrivato molto prima. E forse, senza che allora fossi in grado di formularlo, aveva già aperto quella porta.

Spleen e ideale

È probabilmente la tensione che sento più vicina.

Lo spleen non è semplicemente tristezza. È qualcosa di più profondo: il peso del tempo, la noia, la sensazione di essere intrappolati dentro qualcosa che non riusciamo completamente a nominare.

L’ideale è il movimento contrario: il desiderio di elevarsi, di trovare bellezza, amore, arte, qualcosa capace, almeno per un momento, di sottrarci a quel peso.

Ma nei Fiori del male nessuna delle due dimensioni vince definitivamente. E forse è proprio questo a renderli così umani.

Anche nella vita non siamo sempre una sola cosa. Possiamo essere entusiasti e inquieti, grati e insoddisfatti, desiderare di cambiare e contemporaneamente avere paura di ciò che quel cambiamento richiede. La contraddizione non è necessariamente un difetto da correggere: a volte è semplicemente parte di noi.

Trovare bellezza dove non dovrebbe esserci

Il titolo contiene già quasi tutto: I fiori del male. Due parole che sembrerebbero non dover stare insieme. Il fiore richiama bellezza, delicatezza, vita. Il male il contrario.

Baudelaire decide di metterli nello stesso titolo perché la poesia può fare proprio questo: guardare qualcosa che normalmente respingiamo e trovare una forma attraverso cui raccontarlo.

Non significa renderlo buono. Significa riconoscere che anche ciò che ci disturba appartiene all’esperienza umana.

È un principio che ritrovo in molta della letteratura che amo: non cercare soltanto personaggi nei quali identificarsi facilmente, non pretendere che le storie ci rassicurino, entrare anche nelle parti nelle quali sarebbe più comodo restare fuori.

Parigi

Con Baudelaire entra nella poesia anche la città moderna: strade, folla, passanti, povertà, trasformazioni urbane, solitudine in mezzo agli altri.

Nell’edizione del 1861 Baudelaire inserì infatti una nuova sezione, Tableaux parisiens, accentuando proprio la presenza della città dentro l’architettura del libro.

Trovo molto contemporanea questa sensazione. Possiamo essere circondati da persone e sentirci profondamente soli. Attraversare ogni giorno gli stessi luoghi senza guardarli davvero. Poi qualcosa accade: una persona, uno sguardo, una memoria, e una strada apparentemente normale cambia significato.

Anche per questo, molti anni dopo, alcune pagine di Baudelaire mi sembrano meno lontane di quanto avrei immaginato quando le incontrai da ragazzo.

La censura

C’è poi un elemento che racconta bene quanto questo libro dovette apparire disturbante nel proprio tempo. Dopo la pubblicazione del 1857 Baudelaire fu processato e sei poesie furono proibite; quella censura in Francia venne formalmente cancellata soltanto nel 1949.

Non è soltanto una curiosità storica. Dice qualcosa sul rapporto tra letteratura e limite.

La letteratura può scegliere di rappresentare soltanto ciò che una società considera accettabile. Oppure può entrare proprio dove quella società preferirebbe non guardare. Baudelaire scelse la seconda strada.

Una riflessioneNon tutta la bellezza nasce da ciò che è puro, ordinato o rassicurante. A volte nasce dalla capacità di guardare senza distogliere gli occhi anche ciò che dentro di noi preferiremmo non vedere.


Segui il filo

Memorie del sottosuolo — Fëdor Dostoevskij
È il collegamento che sceglierei per primo. Baudelaire mette insieme spleen e ideale. Dostoevskij porta dentro la coscienza di un uomo la stessa impossibilità di essere lineari.
Il filo: la parte più difficile dell’essere umano non è sempre il male che non riconosciamo, ma la contraddizione che riconosciamo perfettamente e continuiamo comunque a portare dentro.

Meridiano di sangue — Cormac McCarthy
Due scritture lontanissime. Ma entrambi rifiutano l’idea che la letteratura debba rendere il mondo più rassicurante. E riescono, in modi completamente diversi, a produrre bellezza letteraria dentro territori dominati anche dalla violenza, dalla morte e dall’oscurità.
Il filo: raccontare ciò che è terribile senza trasformarlo in qualcosa di innocuo.

Il profumo — Patrick Süskind
Qui il collegamento è quasi naturale: bellezza, desiderio, sensi, decadenza e attrazione verso qualcosa che contiene anche una parte oscura.
Il filo: la bellezza può affascinare proprio quando smette di essere rassicurante.

"Non tutta la bellezza nasce da ciò che è puro, ordinato o rassicurante. A volte nasce dalla capacità di guardare senza distogliere gli occhi anche ciò che dentro di noi preferiremmo non vedere."