Baudelaire è uno degli autori che ho incontrato da giovane, quando la poesia era ancora qualcosa che cercavo di capire prima ancora di sapere esattamente cosa aspettarmi da una poesia.
Nei suoi versi trovavo qualcosa di diverso dalla letteratura che avevo frequentato fino a quel momento. Non cercava necessariamente ciò che era bello nel senso rassicurante del termine. Poteva partire dalla malinconia, dalla città, dal desiderio, dalla noia, dalla decadenza, perfino da ciò che normalmente preferiremmo evitare di guardare.
È questo che oggi trovo ancora interessante in Baudelaire: la capacità di non separare la bellezza dalla parte più inquieta dell’essere umano.
Nei Fiori del male convivono continuamente due movimenti opposti. Il desiderio di elevarsi e la sensazione di precipitare. L’ideale e lo spleen. La ricerca della purezza e l’attrazione verso ciò che la contraddice.
Forse da giovani certe contraddizioni si comprendono soprattutto intuitivamente.
Crescendo diventano più riconoscibili.
Scopriamo che una persona può desiderare una cosa e fare esattamente ciò che la allontana da essa. Può cercare la felicità e contemporaneamente coltivare ciò che la rende infelice. Può trovare bellezza anche dentro qualcosa che sa essere destinato a finire.
Baudelaire non cerca di risolvere queste tensioni.
Le trasforma in poesia.
E forse è proprio questo che mi rimane di una lettura iniziata molti anni fa: non tutto ciò che è oscuro deve essere eliminato per poter essere guardato. Qualche volta bisogna trovare le parole per attraversarlo.
Baudelaire appartiene a quei libri incontrati quando ero ancora troppo giovane per comprenderne tutto. Ma forse proprio alcune di quelle letture mi hanno insegnato che un libro non deve necessariamente essere semplice per affascinarci. A volte basta che ci lasci una domanda abbastanza forte da farci venire voglia, molti anni dopo, di tornarci.