Banville è uno di quegli scrittori nei quali la qualità della scrittura conta almeno quanto ciò che accade.
Nei suoi romanzi mi interessa il modo in cui memoria, identità, colpa e autoinganno entrano nelle vite dei personaggi senza bisogno di essere continuamente spiegati.
C’è poi l’Irlanda: per me non è soltanto il Paese di uno scrittore che sto leggendo, ma un luogo che appartiene alla mia storia personale. Ho vissuto a Dublino, lì è iniziata una parte importante della mia vita e lì ho incontrato persone e preso decisioni che avrebbero continuato a significare qualcosa molti anni dopo.
Leggere Banville significa quindi anche incontrare un’Irlanda diversa dalla mia. Più antica, più chiusa, segnata dal peso della religione, delle convenzioni sociali e di ciò che era preferibile non dire.
È interessante anche la scelta con cui, per alcuni anni, Banville separò quasi due modi diversi di scrivere: i romanzi letterari con il proprio nome e i noir della serie Quirke come Benjamin Black. Non due scrittori completamente diversi, però. Anche nei gialli rimangono l’attenzione alle persone, alle zone d’ombra e a tutto ciò che una vita rispettabile riesce a tenere nascosto.
John Banville è nato a Wexford nel 1945. Nel 2005 ha vinto il Booker Prize con The Sea (Il mare); ha inoltre pubblicato diversi mystery sotto lo pseudonimo Benjamin Black.
Nella mia Biblioteca lo associo soprattutto a una domanda:
«Quanto di una persona o di una famiglia rimane invisibile semplicemente perché, per molto tempo, nessuno ha avuto interesse a fare la domanda giusta?»