Pennac mi interessa perché dietro ruoli, fragilità ed etichette continua sempre a cercare le persone.
Pennac è uno scrittore a cui ho sempre voluto bene.
Non soltanto per Benjamin Malaussène, per Belleville o per quella famiglia improbabile nella quale le persone continuano a entrare e, in qualche modo, trovano posto.
Mi piace soprattutto il suo modo di guardare agli esseri umani.
Nei suoi libri ci sono persone fragili, eccentriche, sbagliate, spesso ai margini. Ma Pennac raramente le riduce al loro problema. Continua a cercare la persona dietro il ruolo, la colpa, l'età, la solitudine.
Forse è anche per questo che una sua frase è uscita molti anni fa dalle pagine de La fata carabina ed è finita dentro una storia molto personale:
«Se incontri un essere umano nella folla… seguilo».
Con quella frase ho aperto I capi non si scelgono, l'articolo nel quale ho raccontato uno degli incontri più importanti della mia vita professionale: quello con Pasquale Martorano.
Avevo scelto Pennac perché quella frase conteneva esattamente ciò che volevo dire.
Nel lavoro incontriamo ruoli continuamente.
Direttori.
Colleghi.
Clienti.
Capi.
Ma qualche volta dietro il ruolo incontriamo una persona.
E quando succede vale la pena accorgersene.
Nei romanzi di Malaussène accade continuamente qualcosa di simile. Dietro il vecchio, il sospettato, l'immigrato, il poliziotto, il capro espiatorio o il ragazzino problematico c'è sempre qualcuno che chiede di essere guardato un po' più a lungo.
Daniel Pennac nasce a Casablanca nel 1944 e trascorre l'infanzia tra Paesi diversi prima di stabilirsi a Parigi. Per molti anni insegna e costruisce una scrittura nella quale ironia, noir, scuola, famiglia e marginalità convivono senza bisogno di diventare mondi separati.
Nei romanzi di Malaussène tutto sembra sempre sul punto di sfuggire di mano.
Una madre quasi sempre assente.
Fratelli e sorelle di padri diversi.
Un cane epilettico.
Vicini, amici, anziani, giornalisti, poliziotti.
Un quartiere, Belleville, nel quale persone provenienti da mondi differenti finiscono continuamente per entrare nella stessa storia.
Al centro c'è Benjamin Malaussène.
Una professione già sufficiente a raccontarlo: capro espiatorio.
Il suo lavoro consiste nell'assumersi le colpe del Grande Magazzino affinché siano proprio i clienti, impietositi dalla punizione che subisce, a rinunciare al reclamo.
È una trovata comica.
Ma contiene già una domanda molto seria.
Quanto è facile far pagare qualcuno al posto nostro?
E quanto bisogno abbiamo di trovare un colpevole, anche quando ciò che non funziona è molto più complesso?
Pennac utilizza il noir senza lasciarsi imprigionare dal noir.
Ci sono delitti, droga, indagini, paura.
Ma accanto a tutto questo ci sono continuamente ironia, tenerezza e persone che decidono di occuparsi le une delle altre.
La famiglia Malaussène non corrisponde quasi a nessuna definizione tradizionale di famiglia.
Eppure funziona.
Non perché sia ordinata.
Perché quando qualcuno ha bisogno, gli altri ci sono.
È un'idea di appartenenza che sento vicina: le relazioni non diventano importanti perché rispettano una forma, ma perché continuano a reggere quando quella forma viene messa alla prova.
Nella mia Biblioteca il posto di Pennac nasce forse proprio da questo:
dalla capacità di ricordarmi che prima delle categorie vengono sempre le persone.
“Nel primo romanzo Pennac presenta un uomo pagato per prendersi le colpe degli altri. Nel secondo allarga lo sguardo a chi rischia di pagare proprio perché è considerato più fragile. Intorno, la stessa famiglia improbabile continua a trasformare Belleville in qualcosa che somiglia sempre di più a una comunità.”
01 · 1985
Benjamin Malaussène lavora come capro espiatorio professionista e si prende cura di una famiglia disordinata e unita.
“Pennac mi ricorda che nella folla possiamo incontrare centinaia di ruoli. Ogni tanto, però, incontriamo davvero un essere umano. E alcune di quelle persone finiscono per cambiare la nostra strada.”