Pennacchi per me ha qualcosa che inevitabilmente gli altri autori non possono avere: racconta Latina, la mia città. Non una Latina astratta o utilizzata semplicemente come ambientazione. Racconta la pianura, i borghi, la bonifica, le famiglie arrivate da altre regioni, la fabbrica, la politica, i caratteri e le contraddizioni di un territorio relativamente giovane che ha dovuto costruire anche il proprio racconto.
Pennacchi nasce a Latina nel 1950 e qui trascorre gran parte della propria vita. Prima di diventare scrittore lavora per quasi trent’anni come operaio nello stabilimento di Borgo Piave; arriva alla letteratura dopo un percorso personale e politico tutt’altro che lineare. Il territorio pontino, la memoria dei luoghi e le persone che li abitano diventano poi una parte centrale della sua scrittura.
È questo che mi interessa soprattutto nei suoi libri.
La storia non viene raccontata dall’alto.
Passa attraverso famiglie, discussioni, lavoro, miseria, ambizioni, appartenenze politiche e memoria orale. Anche quando racconta eventi enormi, Pennacchi conserva la voce di chi quella storia l’ha attraversata senza sapere che un giorno sarebbe finito dentro un libro.
Leggerlo, per me, significa inevitabilmente riconoscere nomi, luoghi e un modo di parlare che appartengono al territorio nel quale sono cresciuto.
E negli ultimi tempi Pennacchi è tornato nella mia Biblioteca anche attraverso un percorso inatteso.
Leggendo Sanguina ancora di Paolo Nori ho scoperto il rapporto tra i due e il ruolo che Pennacchi ebbe nello spingere Nori a scrivere quel libro su Dostoevskij.
Stavo leggendo della Russia e del mio autore preferito e, improvvisamente, era ricomparsa Latina.
È una delle cose che amo dei libri: le storie che sembrano lontanissime qualche volta finiscono per riportarci esattamente a casa.