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Entrare in Hertz Europe e trasformare una partenza in un percorso

I primi mesi a Dublino erano stati soprattutto un esercizio di adattamento.

Ero arrivato con una laurea, il servizio militare alle spalle e poche certezze davanti. Avevo iniziato facendo lavori molto lontani da ciò che avevo immaginato per il mio futuro, compreso quello di lavapiatti. Non lo vivevo come un punto di arrivo, ma in quel momento era ciò che mi permetteva di restare, imparare la lingua e capire se sarei riuscito a costruirmi uno spazio in un Paese che ancora non conoscevo.

L’opportunità di entrare in Hertz Europe, nel centro europeo di Swords, cambiò la prospettiva.

Non fu soltanto un lavoro migliore. Fu il momento in cui quella partenza smise di assomigliare a una parentesi e cominciò a diventare un percorso.

Per la prima volta mi trovai dentro una grande organizzazione internazionale, insieme a persone provenienti da Paesi diversi, con procedure definite, obiettivi, sistemi, responsabilità e un linguaggio professionale che dovevo ancora imparare. Non bastava comprendere l’inglese. Dovevo decifrare il modo in cui un’azienda complessa prendeva decisioni, distribuiva le responsabilità e metteva in relazione funzioni e culture differenti.

All’inizio osservavo molto.

Cercavo di capire non soltanto ciò che mi veniva chiesto, ma il significato di ogni attività dentro un sistema più ampio. Ho imparato il valore del metodo, della precisione e della responsabilità individuale. Ho scoperto che, in una grande organizzazione, anche un compito apparentemente circoscritto produce conseguenze sul lavoro di molte altre persone.

Ma Hertz Europe mi insegnò anche qualcosa che andava oltre i processi.

Ricordo le comunicazioni del lunedì del CEO europeo, Brian Dickerson. Spesso non iniziavano dai risultati o dai numeri, ma da ciò che aveva vissuto durante il fine settimana con la sua famiglia. In quelle righe c’era un modo diverso di interpretare la leadership: l’idea che il ruolo non dovesse cancellare la persona e che anche un’organizzazione molto grande potesse conservare una voce umana.

Non avevo ancora gli strumenti per comprendere quanto quella esperienza avrebbe inciso sulle mie scelte future. Stavo semplicemente cercando di imparare, rendermi utile e dimostrare, prima di tutto a me stesso, di poter stare in quel contesto.

Eppure è lì che ho iniziato a costruire le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo.

Cosa stavo lasciando
La precarietà dei primi tempi e l’idea che la mia esperienza all’estero potesse interrompersi da un momento all’altro. Stavo lasciando anche una libertà un po’ disordinata, fatta di giornate vissute senza un progetto preciso, per entrare in un luogo che richiedeva disciplina, continuità e la capacità di misurarsi con regole non scritte da me.
Cosa temevo
Di non essere all’altezza. Temevo che la lingua, le differenze culturali e la mia inesperienza diventassero limiti troppo evidenti. Di perdermi dentro una struttura molto più grande di me o di non riuscire a comprendere abbastanza velocemente quel nuovo linguaggio aziendale. Forse temevo soprattutto di essere considerato fuori posto: il ragazzo arrivato da poco in Irlanda, passato attraverso lavori occasionali, che provava a entrare in un mondo del quale non conosceva ancora i codici.
Cosa ho capito dopo
Che non bisogna conoscere già tutto per meritare un’opportunità. Bisogna essere disposti a imparare, osservare e assumersi la responsabilità di ciò che ci viene affidato. Hertz Europe mi ha insegnato il rigore, il metodo e il valore di una struttura organizzata. Ma mi ha mostrato anche che nessuna organizzazione, per quanto grande e complessa, esiste davvero senza le persone che ogni giorno la tengono in movimento. È stato il primo luogo nel quale ho cominciato a immaginare che quella partenza non fosse soltanto un modo per cercare indipendenza. Poteva diventare l’inizio della mia vita professionale.