Svevo racconta persone che si osservano continuamente senza riuscire per questo a conoscersi davvero. Nei suoi libri mi interessa soprattutto la distanza tra ciò che siamo, ciò che crediamo di essere e il racconto che costruiamo per rendere accettabili le nostre scelte.
I suoi personaggi analizzano, rimandano, si giustificano, cambiano versione. Sono capaci di una grande lucidità sugli altri e molto meno affidabili quando devono giudicare se stessi.
Forse è anche per questo che Svevo continua a sembrare moderno. Non perché abbia previsto il nostro tempo, ma perché ha capito quanto siamo abili nel trasformare una contraddizione in una spiegazione e una debolezza in qualcosa che, raccontata abbastanza bene, può perfino sembrarci una scelta.
C’è poi Trieste: città di confine, incontro di lingue, culture e identità diverse. Anche nella sua scrittura si avverte qualcosa di quella posizione, mai completamente dentro un solo mondo.
Per me Svevo ha anche un posto particolare per una ragione molto più personale: La coscienza di Zeno è stata una delle prime letture davvero impegnative che ricordo. Me la assegnò la professoressa di italiano come lettura estiva alle scuole medie.
Era probabilmente troppo presto per comprenderla fino in fondo.
Ma non troppo presto per restarne incuriosito.
E forse alcuni libri cominciano proprio così: li leggiamo prima di essere pronti e rimangono da qualche parte ad aspettare che diventiamo capaci di tornarci.