Palahniuk mi interessa perché porta i suoi personaggi fino al punto in cui l’identità che hanno costruito si rompe, e solo allora comincia a chiedere che cosa rimanga davvero.
Chuck Palahniuk nasce nello Stato di Washington nel 1962.
Studia giornalismo all’Università dell’Oregon e, prima di dedicarsi completamente alla scrittura, lavora tra l’altro come giornalista e come meccanico specializzato in motori diesel.
Arriva alla narrativa relativamente tardi.
Fight Club, pubblicato nel 1996, è il suo primo romanzo pubblicato e diventa pochi anni dopo anche il celebre film diretto da David Fincher.
Ma fermarsi a Fight Club rischia di ridurre Palahniuk alla violenza, alla provocazione o a Tyler Durden.
Nei suoi libri mi sembra esserci qualcosa di più interessante.
Personaggi che non riescono più a vivere dentro l’identità che possiedono.
Un uomo definito dal lavoro e dagli oggetti che compra.
Una modella definita dal proprio volto.
Persone che cercano un gruppo.
Altre che cercano un nuovo nome.
Quasi tutti tentano, in qualche modo, di ricominciare.
Il problema è che Palahniuk non presenta mai la reinvenzione come qualcosa di semplice.
Per diventare qualcun altro i suoi personaggi spesso cercano prima di distruggere ciò che erano.
Il corpo.
La casa.
Il lavoro.
Il volto.
La biografia.
Le relazioni.
È un movimento estremo, qualche volta persino grottesco, ma la domanda che contiene è molto riconoscibile:
quanto possiamo cambiare senza trasformare il cambiamento in una fuga da noi stessi?
C’è poi il rapporto con l’appartenenza.
In Fight Club uomini soli trovano finalmente un gruppo.
E quel gruppo, nato per liberarli, comincia progressivamente a chiedere uniformità e obbedienza.
È un passaggio che trovo particolarmente interessante.
Abbiamo bisogno delle persone.
Abbiamo bisogno di comunità.
Ma una comunità smette di esserlo quando per appartenervi dobbiamo rinunciare alla possibilità di continuare a pensare individualmente.
Invisible Monsters affronta lo stesso problema da una direzione completamente diversa.
Qui non è il gruppo a definire l’identità.
È lo sguardo.
Shannon esiste dentro ciò che gli altri vedono di lei.
Quando il suo volto viene distrutto, anche quell’identità crolla.
In entrambi i romanzi Palahniuk porta via ai protagonisti ciò che utilizzavano per rispondere alla domanda “chi sono?”.
Poi li lascia lì.
È questa la parte che trovo più interessante nella sua scrittura.
Non l’eccesso.
Non la provocazione.
Il momento nel quale una persona perde la definizione che aveva utilizzato fino a quel momento e deve decidere se cercarne immediatamente un’altra oppure provare finalmente a conoscersi.
“In entrambi qualcuno cerca di distruggere la persona che era convinto di essere. La domanda di Palahniuk è cosa succeda dopo, quando non possiamo più utilizzare quella vecchia identità per spiegare noi stessi.”
“Palahniuk esaspera tutto: i corpi, la violenza, l’immagine, la ribellione. Ma sotto quell’eccesso rimane una domanda molto semplice: quanto della persona che chiamiamo ‘io’ abbiamo scelto davvero e quanto ci è stato restituito dagli occhi, dalle aspettative e dalle regole degli altri?”